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28 Gennaio 2026

Intervista a Miguel Ángel Cuevas, poeta, docente e traduttore di Petrolio di Pier Paolo Pasolini

Autore: Paolo Grossi

Intervista a Miguel Ángel Cuevas, poeta, docente e  traduttore di <i>Petrolio</i> di Pier Paolo Pasolini

Miguel Ángel Cuevas (Alicante, Spagna, 1958) è poeta e traduttore. Ordinario di italianistica all’Università di Siviglia, ha curato edizioni spagnole di testi novecenteschi italiani (Pirandello, Tozzi, Buzzati, Lampedusa, Pasolini, Consolo, Attanasio, Scandurra, Maraini), e tradotto in italiano poeti spagnoli contemporanei. Dal 2005 pubblica la propria opera poetica in Italia (sempre in edizione bilingue autotradotta): 47 frammenti (2005), Scrivere l’incàvo (2011), Pietra – e cruda (2015), Sibilo (2015), Ultima fragmenta (2017), Postuma (2021; finalista del premio Montano 2022), Traccia (2024; finalista del premio Montano 2024, premio Gozzano 2025), Seconda forma di Manto (2024). Sempre nel 2024 è apparso Triptyque, edizione trilingue castigliano-italiano-francese (trad. di Michèle Gendreau-Massaloux e Marc Cheymol) di Scrivere l’incàvo, Pietra – e cruda e Postuma. Aporia, sequenza di nove minimi frammenti, ha ricevuto il premio Montano 2025 alla singola poesia. Due sue liriche sono state musicate da Etta Scollo nel disco Il passo interiore (2018). Autore di saggi sui rapporti tra letteratura e arti figurative, collabora a iniziative espositive di artisti contemporanei in Italia e in Spagna (Rotelli, Lanfredini, Casagrande, Granaroli, Santacroce, Manzi, Navamuel).

 

Poeta, docente di lingue romanze all’Università di Siviglia, italianista, traduttore, il dialogo fra le lingue sembra costituire il tema conduttore della Sua multiforme attività. Come convivono queste diverse componenti nella Sua concreta pratica di insegnante e di scrittore?

Riformulerei minimamente i termini della domanda. In passato ho sì insegnato letteratura spagnola in Italia (in Sicilia, la cui sofferta storia politica e culturale ha segnato il mio percorso umano e intellettuale), e anche lingua catalana in Spagna, ma da quasi quarant’anni mi occupo esclusivamente di italianistica, e nella fattispecie di letteratura italiana. Ho lavorato anche per anni (quelli del dottorato di ricerca) su uno scrittore che, più che bilingue, potremmo definire translingue: Jose María Blanco White, che ha svolto la propria opera tra due lingue, il castigliano e l’inglese, ma (come alla fine del secolo scorso ebbe a dire felicimente Édouard Glissant) “in presenza di tutte le lingue”: essendo la sua figura una tra le più alte dell’intellighenzia europea primottocentesca. Anche la mia esperienza, per forza di cose, si è dovuta costruire tra più lingue e in presenza di più lingue. Benché incentrandomi, da docente e traduttore, sulla letteratura italiana (pur traducendo a volte dallo spagnolo in italiano, come ho fatto, ad esempio, con l’opera di José Ángel Valente), non posso non approcciarmici se non nel quadro della cultura europea. Un discorso leggermente diverso (spostato, fors’anche spiazzato) è da fare sulla mia scrittura poetica, che da una ventina d’anni si svolge parallelamente in castigliano e in italiano: o meglio, tra queste due lingue, e in presenza contemporanea di ambedue. Davanti a scritture del genere si suol parlare di autotraduzione; ma io parlerei piuttosto di scrittura doppia, sdoppiata, ma alla fine chissà mai se raggiunta, ricongiunta: un dire che si rispecchia nell’altro, che si scambia vicendevolmente con l’altro il ruolo di originale e versione (termine che preferirei a quello di traduzione), facendo così svanire la nozione di originale, e piazzando al suo posto quella di moto originario verso la scrittura: che trova, semmai, finalmente una sua cifra proprio nello scambio e nel rispecchiamento, appunto, translingue. Evidentemente, oltre che inevitabilmente, la prospettiva dalla quale guardo la scrittura, mia e no, fonda l’approccio sia alla traduzione di testi altrui che alla pratica dell’insegnamento e della ricerca accademica.

 

 La letteratura italiana occupa una posizione di speciale rilievo nei Suoi interessi professionali. Verso quali secoli e quali autori si indirizza in particolare?

La letteratura italiana è infatti il centro dei miei interessi, il perno attorno al quale mi aggiro: da insegnante, da traduttore, da lettore, da scrittore. Ho tenuto per lustri dei corsi di letteratura quattrocentesca, e m’è rimasto come traccia indelebile Angelo Poliziano (che ho voluto leggere in chiave decostruzionista, come il poeta dell’ansietà irrealizzabile del dire), con qualche spostamento verso il Trecento dello Jacopone da Todi dell’«alta nichilitate». Altre frequentazioni: il Leopardi inarrivabile dello Zibaldone; il Verga delle novelle siciliane, fermo sullo stupore davanti ad una parola raggiunta che quasi si direbbe non sua ma aliena, insita nel racconto. Il primato però va al Novecento: Pirandello, Tozzi, i poeti ermetici delle varie generazioni (segnatamente Ungaretti e il primo Luzi), e poi ancora — restando in territorio siciliano — Lampedusa, Sciascia, Maria Attanasio, Scandurra, Burgaretta, Cannizzo: su quasi tutti loro ho scritto, o tradotto in castigliano le loro scritture. Ma posso soprattutto vantare due lunghe fedeltà (come disse il maestro Contini a proposito di Montale): Pier Paolo Pasolini e Vincenzo Consolo. Su Pasolini torneremo più avanti. Di Consolo ho tradotto e curato (in spagnolo e in italiano) ben cinque opere: dal primo romanzo fino all’ultima raccolta di saggi, dalla scrittura odeporica fino agli interventi sull’arte e sugli artisti. Negli ultimi anni sono entrato in contatto col gruppo veronese di Anterem, in un rapporto che si fa a mano a mano sempre più fitto. Con loro, insieme a loro, trovo, troviamo, ascolto ed eco.

 

Le traduzioni di libri italiani in lingua spagnola sono in continuo aumento. Qual è il Suo giudizio di specialista sulla situazione, nel mondo ispanofono, del libro italiano tradotto?

Forse un editore, oppure un libraio, uno studioso dei mercati, un sociologo della letteratura, sarebbero in grado di dare adeguata risposta a questa domanda, certo molto meglio di me: anche perché, per quelli che chiameremo operatori economici o analisti culturali, la letteratura (ciò che alcuni di loro intendono per letteratura) è semplicemente un prodotto da consumare. E come ogni manufatto, mettiamo un latticino, o come ogni attrezzatura dall’obsolescenza programmata, ha una data di scadenza. Voglio dire: quali sono i libri, italiani o meno, in continua crescita sul mercato? Non sarebbe il caso di distinguere tra opera letteraria e prodotto editoriale, di fare questo discrimine? C’è, è vero, un aumento della presenza del libro italiano in Spagna: ma, mi chiederei, anche della letteratura italiana? Di best sellers non ne mancano, e non bisogna nemmeno farne i nomi. È anche vero che di recente sono state proposte delle nuove, e ottime, traduzioni di Dante, di Ariosto, di Tasso. Una riflessione s’impone: quella che fa la differenza tra il ‘giudizio di rappresentatività’ e il ‘giudizio di valore’: dovremmo occuparci non di descrivere quello che c’è — accettandone l’eventuale inanità come dato di fatto, o, peggio, senza rendercene nemmeno conto — ma quello che merita di essere analizzato, studiato, consigliato, promosso. E a questo proposito, e per quanto mi riguarda, devo dire che sono anni che cerco un editore per la traduzione di Horcynus Orca, il grande romanzo di Stefano D’Arrigo — che, non si dimentichi, George Steiner, l’ultimo dei grandi umanisti, annoverava tra i pochissimi capolavori della narrativa novecentesca tout court, non solo italiana — e non ne trovo.

 

Infine, un’ultima domanda è d’obbligo sulla Sua più recente “impresa” (è davvero il caso di usare questa definizione!) come traduttore: l’edizione in spagnolo di Petrolio, l’opus magnum postumo di Pier Paolo Pasolini.

Ho letto Petrolio quando il romanzo era appena uscito, alla fine del ’92, portatomi in regalo a Siviglia da un amico fraterno di Pasolini, il pittore Giuseppe Zigaina: con lui preparavamo la prima spagnola della tragedia Orgia. Avevo tradotto qualche anno prima Ragazzi di vita, in una versione che poi avrei rivisto, fino al punto di ripubblicarla ripristinata già negli anni Duemila; nel frattempo traducevo anche qualche saggio e qualche piccola silloge poetica. Più recente è la traduzione di Una vita violenta, che l’editore mi propose insieme ad una nuova versione di Petrolio (il romanzo era già stato tradotto in spagnolo negli anni novanta). Prima di accettare l’incarico esitai parecchio, e quando finalmente accettai chiesi alla casa editrice più tempo di quanto inizialmente mi fosse stato concesso per la consegna del lavoro. Non era solo la mole del romanzo, la sua complessità — non tanto stilistica quanto di concezione, di ritmo, di respiro, a tratti direi anzi d’affanno— a richiedere di avvicinarvisi senza alcuna urgenza: era anche il ricordo di quella prima lettura del ’92: quel testo mi aveva, sì, spiazzato. E avevo avuto bisogno di far passare non pochi mesi prima di riprendere in mano Pasolini. Nel suo testamento umano, intellettuale e artistico, cioè in Petrolio (opera frammentaria e insieme totalizzante, programmaticamente e ontologicamente incompiuta, al di là delle marche formali della concreta incompiutezza, idealmente quindi in-finita) l’autore aveva portato sino alle estreme conseguenze una sorta di abiura dell’arte e della vita: il narratore mette il lettore (e un traduttore, come voleva Calvino, non è che un lettore privilegiato) davanti a un’aporia, a più aporie: letteralmente ed etimologicamente di fronte a dei passaggi impraticabili. L’ardua lettura diventa un esercizio di autoanalisi, un esame di coscienza; esame di coscienza che, per quanto mi riguarda, è diventato etico e nel contempo estetico: Pasolini mette in forse la vita e la forma, o meglio, ci mette una pietra sopra, a mo’ di lapide. In questo consiste la non piccola tensione a cui ci si deve sottomettere per tradurre Petrolio: entrare nell’opera, nel testo come ordigno espressivo; smontarlo, smontarne l’articolazione verbale di senso, attenti a non farselo esplodere tra le mani; rimontarlo, ridisporlo ad una futura calcolata possibile esplosione.

Devo dire, per concludere, che sono grato all’editore Diego Moreno della madrilena Nórdica Libros per avermi affidato la traduzione di questi tre romanzi, Ragazzi di vita, Una vita violenta e Petrolio, pur essendoci già precedenti versioni in castigliano. E a Giuseppe Zigaina, che mi mise davanti allo specchio: alla sua memoria è dedicato il Petróleo spagnolo.

 

Intervista a Miguel Ángel Cuevas, poeta, docente e  traduttore di <i>Petrolio</i> di Pier Paolo Pasolini
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