Una musica sommessa che diventa sempre più forte: riscoprire Giovanni Pascoli in traduzione inglese
Autore: Elena Borelli, King's College London
Elena Borelli insegna lingua e cultura italiana al King’s College London. Studia la letteratura dell’Ottocento e della fin de siècle, con particolare attenzione alle opere di Giovanni Pascoli. Dopo aver co-tradotto i Poemi conviviali, si sta attualmente dedicando alla prima traduzione integrale in inglese dei Canti di Castelvecchio.
“Non so quanto siano ancora apprezzati oggi poeti come Valéry, Verhaeren, Rilke, Pascoli, Francis Jammes, cosa rappresentino ancora per una generazione le cui orecchie, lontane da questa musica sommessa, sono state trafitte per anni e anni dal rumore assordante della propaganda e dal rombo dei cannoni. So solo, ed è mio dovere dirlo con gratitudine, quale insegnamento, quale felicità sia stata per noi la presenza di questi esseri votati alla sacra missione della perfezione in un mondo già in via di meccanizzazione.”
Stefan Zweig, Il mondo di ieri
Nel Mondo di ieri, Stefan Zweig include Giovanni Pascoli tra i poeti più saggi della fin de siècle europea. Le parole di Zweig suonano ancora più vere oggi, in un mondo molto meno incline ad ascoltare la saggezza dei poeti rispetto al dopoguerra in cui la maggior parte di noi è cresciuta.
In Italia, la presenza di Pascoli rimane viva, ma la sua reputazione è spesso condizionata da una visione riduttiva che lo dipinge semplicemente come “il poeta delle piccole cose”, perennemente perseguitato da lutti e traumi personali. Fuori d’Italia, la sua ricezione è stata ancor più limitata, anche se negli ultimi decenni si è registrato un rinnovato interesse nel mondo anglofono.
Questa nuova attenzione è testimoniata sia da nuove traduzioni sia da letture critiche che vanno oltre i limiti strettamente biografici o filologici, e riconoscono invece in Pascoli un poeta fin de siècle di respiro europeo, profondamente partecipe del clima culturale del suo tempo, delle sue ansie e tensioni spirituali e intellettuali.
Le prime traduzioni in inglese delle opere di Pascoli risalgono all’epoca in cui il poeta era ancora in vita. Nel 1893, versioni metriche di “Nozze”, “Il convito” e “Il poeta” apparvero in Italian Lyrists of Today, a cura di Arthur George Greene. Di Pascoli si discusse poi in The Yale Review (1913) e nella North American Review (1916) come di una voce rappresentativa dello spiritualismo fin-de-siècle. Nel 1923, la Yale University Press pubblicò una selezione di quarantatré poesie (per lo più tratte da Myricae) tradotte da Evaleen Stein, primo volume di testi poetici pascoliani ad apparire in lingua inglese.
Di particolare interesse è l’antologia del 1928 Poems of Giovanni Pascoli, pubblicata da Harold Vinal a New York e curata e tradotta da Arletta Abbott. Dedicato a Maria Pascoli, sorella del poeta, che aveva approvato e sostenuto il progetto, il volume aspirava a riprodurre gli schemi metrici originali “al fine di dare almeno una vaga idea della bellezza dell’originale”. I critici contemporanei, tuttavia, non mancarono di notare che i risultati erano disomogenei e spesso insoddisfacenti. Forse a causa di questa tiepida accoglienza, la presenza di Pascoli nel panorama letterario anglofono per diversi decenni registrò un declino. Un’eccezione a questa lunga pausa è rappresentata dai Selected Poems of Giovanni Pascoli (Macmillan, 1938) di George Purkis, che, pur non proponendo traduzioni, presentava i testi originali italiani accompagnati da un corposo saggio introduttivo inteso a inquadrare Pascoli nella tradizione romantica. Ulteriori eccezioni sono la traduzione del 1979 dei Poemi conviviali di Egidio Lunardi e Robert Nugent (Lake Erie Press), nonché la presenza di suoi testi nelle importanti antologie The Penguin Book of Italian Verse (a cura di George Kay, 1969) e Twentieth-Century Italian Poets (a cura di John Picchione e Lawrence Smith, 1993). Sebbene i Poemi conviviali fossero l’opera di Pascoli più conosciuta a livello internazionale durante la sua vita, lodata e tradotta da personaggi come Benno Geiger e Albert Valentin, nel mondo anglofono, prima della traduzione di Lunardi e Nugent, aveva ottenuto solo uno scarso riconoscimento, a parte l’inclusione di due liriche nell’antologia di Abbott.
L’interesse per Pascoli sembra riaccendersi verso la fine del XX secolo, probabilmente grazie alla traduzione di Rosa Maria LaValva dell’opera in prosa Il Fanciullino (The Little Child ) (Annali di Italianistica, 1999), che ha permesso al pubblico accademico di lingua inglese di conoscere i principi fondamentali della poetica di Pascoli. Nel decennio successivo seguono nuove traduzioni. L’antologia The Last Voyage (Red Hen Press, 2010) presenta una selezione di poesie di Pascoli tradotte da Deborah Brown, Richard Jackson e Susan Thomas. In particolare, il volume attinge da due filoni distinti dell’opera di Pascoli: i lunghi poemi narrativi che rielaborano la storia e il mito, e le poesie liriche più brevi incentrate sulla natura, caratterizzate da uno stile impressionistico e da descrizioni dell’Italia rurale alla vigilia della rivoluzione industriale. La profonda consapevolezza di Pascoli degli effetti dell’industrializzazione sulla società agricola e sul paesaggio italiano ha indotto Anna Re e Patrick Barron a includerlo tra i primi scrittori italiani sensibile ai temi dell’ambiente nella loro antologia pionieristica Italian Environmental Literature (Italica Press, 2003). A questo proposito, Pascoli è stato paragonato ad autori vittoriani come John Ruskin e William Morris, che furono tra i primi a prevedere le conseguenze devastanti per la biosfera della modernizzazione incontrollata.
Nel 2012 Geoffrey Brock ha incluso una selezione di poesie di Pascoli in The Farrar, Straus and Giroux Book of Twentieth-Century Italian Poetry, un’antologia che ha di fatto canonizzato un gruppo di poeti italiani ritenuti essenziali per la comprensione della poesia italiana negli Stati Uniti. La svolta decisiva nella ricezione anglosassone di Pascoli, tuttavia, era avvenuta già prima, quando Seamus Heaney aveva scoperto l’opera di Pascoli grazie alla linguista italiana Gabriella Morisco nel 2001. Heaney aveva prima prodotto una rielaborazione creativa di “L’aquilone” intitolata “A Kite for Aibhín” (Faber & Faber, 2010), e successivamente aveva tradotto le poesie della sezione di Myricae “L’ultima passeggiata” in The Last Walk (The Gallery Books, 2013), e la poesia “La cavallina storna” (“The Dapple-Grey Mare” in Peter Fallon: Poet, Publisher, Editor and Translator, edited by Richard Rankin Russell. Irish Academic Press, Dublin, 2013). Grazie alla fama internazionale di Seamus Heaney, vincitore del Premio Nobel 1995, queste pubblicazioni (alcune delle quali uscite postume) hanno suscitato un notevole interesse per Pascoli. Nelle riflessioni che accompagnano le sue traduzioni, Heaney illustra quelle che identifica come le caratteristiche distintive della poesia di Pascoli: la disciplina metrica, la grande attenzione al paesaggio, le poesie concepite come “libri d’ore” e la precisione delle immagini. Inoltre, egli traccia un parallelo con poeti e movimenti della tradizione anglofona, come gli Imagisti. Queste riflessioni hanno esercitato una grande influenza, tematica e stilistica, sui traduttori che si sono successivamente occupati dell’opera di Pascoli. Questo rinnovato slancio è culminato nel 2019, quando sono stati pubblicati ben quattro volumi di traduzioni di Pascoli, tra cui Selected Poems of Giovanni Pascoli, tradotto da Taije Silverman e Marina della Putta Johnston (Princeton University Press); Last Dream di Geoffrey Brock (World Poetry Books); O Little One and Selected Poems di John Martone (Laertes Press); e The Last Walk of Giovanni Pascoli di Danielle Hope (Rockingham Press).
Selected Poems di Silverman, The Last Walk of Giovanni Pascoli di Hope e The Last Dream di Brock sono particolarmente degni di nota, anche perché questi traduttori sono loro stessi poeti affermati. Essi riescono a riprodurre quello che potrebbe essere descritto come il “codice genetico” della poesia di Pascoli: una struttura metrica tradizionale e prevedibile che viene frammentata dall’interno da immagini inquietanti e da scelte lessicali innovative: fonosimbolismo, onomatopea, sinestesia e plurilinguismo. Brock e Silverman utilizzano spesso il pentametro giambico e schemi di rime regolari che ricordano fortemente Robert Frost, sfruttando appieno le risorse onomatopeiche dell’inglese, la sua flessibilità sintattica e il suo ampio lessico multilingue. Allo stesso tempo, entrambi i traduttori operano una selezione deliberata all’interno dell’opera di Pascoli (“il mio Pascoli”, come lo definisce Brock nella sua prefazione), privilegiando i bozzetti naturalistici e le poesie ispirate al lutto e al dolore che vengono sublimati in una percezione inquietante del paesaggio, con solo occasionali incursioni nel Pascoli “storico” o “politico”, che emerge soprattutto nelle poesie più lunghe, più narrative o in prosa.
L’approccio “greatest hits” a Pascoli che caratterizza molte delle antologie sopra citate finisce per non rendere giustizia a un poeta che, nel corso della sua carriera, ha sperimentato una straordinaria varietà di temi, stili e forme metriche. Sezioni significative della sua opera rimangono inedite, tra cui le poesie più apertamente politiche di Odi e Inni, le poesie in stile medievale di Canzoni di re Enzio, Poemi italici, Poemi del Risorgimento, la maggior parte della sua poesia in latino, e il suo consistente corpus di scritti accademici e filosofici. Più recentemente, tuttavia, sono apparse due traduzioni complete in forma di libro: Convivial Poems (Poemi conviviali), trad. di Elena Borelli e James Ackhurst (Italica Press, 2022), e Tamarisks (Myricae), trad. di Piero Garofalo (Italica Press, 2024). Questi due volumi adottano strategie di traduzione nettamente diverse. Convivial Poems rende le rivisitazioni dei miti classici di Pascoli in un inglese molto accessibile, utilizzando un linguaggio fluido che conserva il sapore della letteratura antica e i prestiti omerici, pur rimanendo comprensibile ai lettori anglofoni moderni. Al contrario, in Tamarisks, Piero Garofalo offre una traduzione che, rispettando fedelmente gli arcaismi, le idiosincrasie sintattiche e gli schemi di rime dell’italiano letterario della fine del XIX secolo, si distingue per la sua rigorosa fedeltà e per la sua raffinatezza estetica. Questa ambizione a misurarsi con le principali raccolte poetiche pascoliane nella loro integralità trova conferma nella imminente pubblicazione di Songs of Castelvecchio (Italica Press, 2026), traduzione completa dei Canti di Castelvecchio, il secondo e più celebre libro poetico di Pascoli, a cura di Elena Borelli in collaborazione con il poeta statunitense Stephen Campiglio.
Nelle loro complesse e articolate vicende, traduzione e ricezione rivelano un poeta la cui importanza supera i confini entro i quali è stato spesso letto. La fortuna altalenante di Pascoli all’estero è stata determinata meno da un limite intrinseco della sua opera che da scelte editoriali contingenti e dalla difficoltà di tradurre una poesia così densamente strutturata a livello di suono, ritmo e immagine. La rinnovata attenzione degli ultimi due decenni suggerisce che i lettori anglofoni sono ora meglio attrezzati, dal punto di vista estetico e critico, per affrontare Pascoli in tutta la sua complessità: come poeta della modernità e come poeta della memoria, come interprete del disagio ecologico e come esponente di un lirismo intimo, la cui disciplina formale è continuamente messa a dura prova dall’interno. La scelta, recentemente affermatasi, di privilegiare la traduzione integrale delle maggiori raccolte, segna un deciso allontanamento dalle antologie selettive del passato e apre l’opera di Pascoli a letture più storicamente fondate. In questa luce, Pascoli emerge non come una figura marginale o tardiva, ma come una delle grandi voci della poesia europea che si confrontano con le lacerazioni della fine del secolo. La sua crescente presenza in inglese non è solo un recupero di un autore in parte trascurato, ma contribuisce a una rinnovata definizione del canone transnazionale della poesia moderna.