Intervista a Silvia Contarini, italianista e fondatrice della casa editrice KC (Parigi)
Autore: Paolo Grossi
Qual è il percorso che l’ha condotta a creare nel 2023 la casa editrice KC e qual è l’origine del suo nome?
È un progetto che mi sta a cuore da sempre, per passione della letteratura e del libro, ma l’attività accademica, troppo intensa, me lo ha fatto accantonare per anni. Quando ho deciso di concretizzarlo, ho dapprima esplorato il settore editoriale, la cui crisi è purtroppo nota, nei vari aspetti, compresi quelli concreti e materiali. Mi sono confrontata con editori, scrittori, traduttori, agenti e collaboratori potenziali, in Francia e in Italia; i loro consigli e la loro esperienza sono stati preziosi. Volevamo soprattutto assicurare alla nuova casa editrice perennità, o comunque lunga vita, e un suo spazio editoriale. Il più difficile, ma ci siamo riusciti, è stato trovare un distributore/diffusore che ci accompagnasse fin dall’inizio e ci desse fiducia. Abbiamo optato per una struttura leggera, associativa, che ci garantisce indipendenza economica e libertà di scelte. Abbiamo vagliato con cura la presentazione grafica, i formati, ecc., affidando la fabbricazione dei libri a un ottimo tipografo. Con altrettanta cura, ovviamente, abbiamo elaborato la programmazione, secondo due grandi linee: la prima, principale, privilegia una narrativa contemporanea di qualità, in presa diretta col mondo, attenta al tempo presente e al divenire. La seconda ripropone opere ingiustamente dimenticate, inedite, esaurite, accompagnandole di un apparato critico leggero. È il caso, per esempio, del bel romanzo breve di Gian Pietro Lucini, Spirito ribelle/Esprit rebelle, tradotto da Christophe Mileschi, postfazione di Andrea D’Urso; ed è il caso della raccolta di racconti satirici À bas le pouvoir, di Jaroslav Hašek, selezionati da Jan Šulc, traduzione e postfazione di Jean Boutan.
Questi esempi mi permettono di sottolineare un punto importante, ossia che ci avvaliamo di collaboratori di eccellenza, e questo in tutte le fasi, anche in quelle meno visibili. È importante per avere credibilità presso la gente del mestiere, i lettori esigenti, e i librai.
L’accoglienza è buona, direi superiore alle attese: abbiamo organizzato belle presentazioni, e nostri libri sono stati esposti in vetrina o nei banchi principali di librerie prestigiose, e hanno ottenuto recensioni molto positive.
Quali titoli vi sono, per ora, in catalogo? Quali sono in preparazione?
Il primo libro, un romanzo di Pavel Hak, Autobiographie, è uscito in ottobre 2024. A oggi, abbiamo pubblicato sette titoli, cinque di scrittori francesi, tra cui Antoine Dufeu e Daniel Foucard – e includo tra i francesi Gloria Paganini –, e i due libri di Lucini e di Hasek di cui sopra.
In preparazione, per febbraio, un libro della scrittrice e poeta Véronique Pittolo, Elle raconte toujours des histoires (de l’art), racconto frammentario di un viaggio in Italia alla riscoperta di opere come la Resurrezione di Piero della Francesca, che è di fatto una meditazione sul valore salvifico dell’arte. In marzo, pubblicheremo la traduzione del romanzo di Nicoletta Vallorani Avrai i miei occhi (premio Italia, finalista al Campiello). A seguire, un romanzo di Gerry Feehily, Now, ambientato nel mondo della moda, e un testo in prosa, di formato originale, direi quasi sperimentale, di Patrick Bouvet. Stiamo lavorando su due libri, che vorremmo far uscire in autunno 2026; altri due titoli sono già programmati per inizio 2027.
Per informazioni dettagliate, si può consultare il nostro sito: https://www.kceditions.fr/
Segno positivo: stiamo ricevendo molti manoscritti, una cinquantina in meno di un anno, e alcuni davvero interessanti.
Aggiungo che stiamo riflettendo sull’opportunità di lanciare, nel 2027, una collana di saggistica. Per ora, non intendiamo superare i 6/7 libri all’anno. L’evoluzione dipenderà dai risultati dei primi due anni di attività.
La Francia è al primo posto per il numero di traduzioni di libri italiani. Come giudica l’attenzione che l’editoria francese porta agli autori italiani? Vi sono lacune da colmare, a suo avviso? Autori, di narrativa o di saggistica, che meriterebbero più attenzione?
In effetti, c’è molto interesse per i libri italiani, basta andare in libreria per rendersene conto. E devo dire che sono rimasta sorpresa, negli ultimi tempi, di veder pubblicati, presso editori importanti, anche romanzi di scrittori italiani esordienti. Il problema, però, mi sembra l’accompagnamento sul medio e lungo termine, perché capita che se un libro non riscontra subito il successo sperato l’interesse scemi velocemente. Osservo anche che a volte, per scrittori affermati, sono pubblicati solo i titoli più noti. Si prediligono inoltre, seguendo inevitabilmente le tendenze del mercato, opere appartenenti a generi di più facile commercio (romanzi, piuttosto di racconti o forme brevi, testi di non fiction su temi di attualità, letteratura per l’infanzia, saghe e romance, ecc.).
A partire da queste riflessioni, credo ci sia la possibilità anche per un editore di nicchia, ma di qualità, come KC éditions, di trovare libri italiani da pubblicare.
Personalmente, mi piacerebbe avere in catalogo scrittrici come Alba De Céspedes e Anna Banti, di cui, malgrado il rinnovato interesse, in Italia e in Francia, restano ancora inediti o esauriti diversi testi.
Un’ultima domanda… sull’ultimo titolo pubblicato, Là où je ne dois pas être di Gloria Paganini.
È un romanzo di esordio, uscito a fine agosto, che sta riscuotendo un buon successo. Gloria Paganini, laureata in filosofia a Bologna, vive in Francia da quasi quarant’anni, e insegna all’università di Nantes, dove tra l’altro dirige un importante festival di cinema italiano. Ci conosciamo bene. Un po’ per caso, ci siamo viste nel periodo in cui si preparava il lancio di KC éditions, e le ho parlato della nuova avventura; mi ha rivelato allora, quasi confessato – perché ci può essere molto pudore attorno alla scrittura –, che stava scrivendo, in francese, una sorta di memoir. L’ho incoraggiata a mandarmi la cinquantina di pagine già redatte, ed è stata una rivelazione. Non solo per l’originalità della scrittura, poetica e cruda al contempo, e per la straordinaria padronanza del francese, non solo per il ritmo (la narrazione procede per sequenze quasi cinematografiche), ma soprattutto per la forza dell’universo ricreato, un’Italia rurale e padana degli anni ’60, che può ricordare le foto di Ghirri, alcuni paesaggi di Antonioni, alcune pagine di Pavese. Benché mi sentissi sicura del mio giudizio, temendo di essere influenzata dall’amicizia, ho chiesto di leggerlo a due collaboratori di fiducia, ed entrambi lo hanno apprezzato moltissimo. Sono molto fiera di aver pubblicato questo libro e spero che continui a essere letto e amato.