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12 Febbraio 2026

Traduzione e intelligenza artificiale: intervista a Paolo Bellomo

Autore: Federica Malinverno

Traduzione e intelligenza artificiale: intervista a Paolo Bellomo ®Dimitri Bouchon-Borie

Paolo Bellomo è un libraio cresciuto a Bari, nel sud Italia, destreggiandosi tra l’italiano di quella città e una varietà di dialetti. Vive a Parigi e da quasi quindici anni utilizza il francese. La sua tesi di dottorato in letteratura comparata verte su “La traduzione alla prova dell’imitazione. Traduzione, pastiche, riflessioni sulla somiglianza in Francia e in Italia nel XIX e XX secolo”. Predilige tradurre romanzi, opere teatrali e poesie in italiano o francese, il più delle volte in collaborazione con altri colleghi, che coinvolge in una serie di collaborazioni regolari e consensuali. L’opera teatrale Con la carabina di Pauline Peyrade, da lui tradotta, ha ricevuto due Premi Ubu in Italia nel 2022. Dal 2021 è membro dell’Outranspo (Ouvroir de Translation Potencial). Nel 2024 ha pubblicato il suo primo romanzo, Faïel & les histoires du monde, per le edizioni Le Tripode.

 

Hai un dottorato in letteratura comparata: è attraverso il percorso accademico che hai iniziato a interessarti alla traduzione?

Quando ho intrapreso quest’ultima fase del mio percorso accademico, ero già traduttore. Il dottorato è nato dalla voglia di capire il terreno in cui stavo giocando. Nella mia tesi allora ho fatto un lavoro di archeologia del pensiero traduttivo, in Francia e in Italia, dal punto di vista foucauldiano, cercando di leggere nei diversi discorsi sulla traduzione l’impensé, ovvero l’impensato del discorso traduttivo. Ad interessarmi erano anche i punti in comune tra traduzione e imitazione.

 

 

Questa pratica traduttiva, precedente e contemporanea al dottorato, aveva già portato a qualche pubblicazione?

Ho sempre saputo che volevo essere traduttore, ma quando ho iniziato il dottorato non avevo ancora pubblicato molto. Però, dal punto di vista dell’esperienza traduttiva, avevo questa fucina spettacolare che è stato il collettivo di traduzione teatrale “La Langue du bourricot”, che ho co-fondato con la professoressa Céline Frigau-Manning ed altri all’interno dell’Université Paris 8. Insieme a studenti, traduttori, registi, attori, tecnici del teatro, dandoci come regola l’unanimità, abbiamo tradotto Duetto di Antonio Moresco, oltre a testi di Matteo Bacchini o di Emma Dante.

 

Che cosa significa per te essere traduttore letterario dall’italiano verso il francese? Grazie alla formazione accademica hai sviluppato un approccio particolare? 

Le reazioni degli editori rispetto a questo profilo sono a geometria variabile. Alcuni valorizzano un percorso di studi così lungo, e anche un po’ il prestigio di essere docteur; altri temono che gli universitari traducano in modo troppo scolastico. Inoltre, il dottorato mi ha dato una certa sicurezza in me stesso e mi ha aiutato a situare il mio lavoro nelle diverse correnti traduttive e a difendere le mie scelte di traduzione con una maggiore cognizione di causa.

 

Come ti collochi nel dibattito sullo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale e sui cambiamenti nel lavoro di traduttore?

Per me uno degli interessi maggiori della traduzione è proprio l’esperienza della traduzione. Entrare nella tessitura di un testo di un’altra lingua, provare a identificarne i nodi, capire come tirarli, come scioglierli, come renderli più laschi per poi riannodarli nella lingua target, è una delle cose più belle in assoluto. È una fucina continua nella quale non si smette mai di imparare. Quando, poi, la fai collettivamente, il piacere di questa esperienza è raddoppiato, anche se le finanze sono dimezzate. Succede come quando si lavora a teatro, si crea una specie di linguaggio collettivo, una specie di “delirio” sul testo che ti fa esistere nella lingua in un modo in cui, fino ad allora, tu non esistevi. E il testo ti abita, ti entra nella carne anche di più di quanto entri nella carne di chi legge. Quindi noi traduttori siamo dei lettori privilegiatissimi. Dal punto di vista pratico, se gli editori iniziano ad appoggiarsi all’IA, non solo privano i traduttori dell’esperienza di cui ho parlato, ma si privano della qualità del lavoro del traduttore. Se poi assegnano a un bravo traduttore la revisione di un testo tradotto dall’IA, alla fine il tempo guadagnato è poco, il lavoro è più alienante e il risultato è comunque peggiore di un testo tradotto unicamente da un essere umano. L’IA, la maggior parte delle volte, quando non sa risolvere qualcosa, produce un testo che apparentemente è coerente, quindi richiede molta più attenzione, e in più crea dei biais, cioè indirizza la traduzione in una direzione molto normativa. E la letteratura, invece, scava oltre, a volte contro, la norma linguistica. Quindi, un buon traduttore si ritrova fondamentalmente a disfare il lavoro dell’IA.

 

Ti preoccupa l’impatto che sta avendo e che potrebbe avere l’IA sul mondo della traduzione?

A mio parere, i traduttori e gli editori dovranno sedersi attorno ad un tavolo e parlare di queste problematiche per non far diventare la presenza e la facilità dell’IA qualcosa che pesi nel rapporto di forze retributivo del lavoro del traduttore. Perché quello è l’inizio della fine. Io ho paura non tanto che l’intelligenza artificiale arrivi a tradurre come gli esseri umani, perché a questo non ci credo. Ho paura, piuttosto, che ci si possa finire per accontentare di qualcosa di “non così male”. E questo per me è la morte della letteratura e del mestiere, non solo di traduttore, ma anche di editore. Perché magari questo savoir-faire del costruire linee editoriali – che, adesso, è ancora prerogativa degli esseri umani, editori e traduttori… – magari, a un certo punto i direttori finanziari delle case editrici, delegheranno questo lavoro all’IA. Quindi, se adesso è il mio mestiere che è in pericolo, vuol dire che poi lo saranno gli altri, perché è tutto interconnesso. E dunque a maggior ragione bisogna sedersi assieme e difendere queste professioni.

 

Tornando al tuo mestiere di traduttore, riesci sempre a tradurre testi che ti interessano e che ti piacciono? Se sì, come fai?

Con il fatto che, da quando ho iniziato questo mestiere, ho sempre svolto anche altre attività, sono stato “un gran privilegiato”: per ora, ho praticamente tradotto quasi solo libri che mi piacevano. Sul mercato franco-italiano, gli agenti letterari sono molto attivi: il mio valore aggiunto consiste allora nel cercare titoli che sono passati in sordina nel contesto editoriale, non italiano ma internazionale, ad esempio durante la compravendita a Francoforte. La mia attività di libraio, poi, mi dà una lettura e visibilità sulle linee editoriali delle case editrici francesi. Per fare un esempio, l’anno scorso ho letto Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia di Michele Ruol [TerraRossa edizioni, 2024], che ho trovato non solamente un ottimo libro, ma anche un libro adatto al mercato francese, e l’ho proposto a Le Tripode. Si sono fidati di me e lo hanno comprato mesi prima che diventasse finalista dello Strega.

 

In base a quali criteri scegli i libri italiani che proponi in Francia?

Da quando sono diventato libraio, sono un lettore molto eclettico, la mia palette gustativa si è molto estesa. Però, quando leggo un testo, c’è un tipo di incontro che avviene o meno. Mi spiego: un testo mi può piacere da lettore, ma non necessariamente attiva in me quella che Berman chiama la pulsione traduttiva, cioè la voglia, la necessità esistenziale di tradurlo. Poi ci sono libri in cui l’esperienza della traduzione può essere meno entusiasmante, ma che mi danno un lavoro. Quindi il fiuto non lo metto unicamente su quei libri che attivano la pulsione.

 

Puoi parlarci dell’esperienza dell’autotraduzione? Cosa ha significato per te?

L’autotraduzione [ovvero tradurre Faïel et les histoires du monde, Le Tripode, 2024, NDR] non era necessariamente un’esperienza che volevo fare. È stato su invito di Fandango [l’editore italiano, NDR] e mi son chiesto: “perché no?”. Mi son detto: “traduciti come se fosse il testo di un altro, cioè mantieni la stessa distanza sul tuo testo”. Ma, in quel caso, il testo mi era così poco estraneo che non riuscivo a fare l’esperienza dello straniero, e avevo l’impressione che il testo finale fosse una specie di testo in cartapesta, che si muoveva a scatti poco credibili. Ho dovuto mettermi in una specie di stato di trans, e di solito non faccio così quando traduco. È stato stranissimo ma non direi che si tratta di una riscrittura, per me resta una traduzione: ho riscritto pochissimo e soprattutto frasi che non mi tornavano a livello di ritmo. Inoltre, era tantissimo tempo che non scrivevo in italiano, e con un tale livello di esigenza poetica. Mi è parso, finalmente, di ritrovare una vecchia amica, la mia lingua, ed è stato bellissimo.

 

L’altra pratica traduttiva che hai spesso sperimentato è quella della traduzione a quattro mani. Che tipo di esperienza è?

Se non fosse così dura finanziariamente, farei solo quello, soprattutto per la questione del “delirio” attorno al testo di cui ho parlato prima. Inoltre, la traduzione a quattro mani è qualcosa che rafforza il testo, perché ti permette di vederti allo specchio e prendere meglio coscienza delle tue scelte traduttive. E, soprattutto, ti permette di spostare e ridimensionare i tuoi tabù linguistici, di comprendere che la tua padronanza della lingua è relativa.

 

Pensi che la Francia nutra oggi un’attenzione particolare verso la narrativa contemporanea italiana?

Dipende dall’editore, ma penso che ci sia molta attenzione. Ad esempio, è difficilissimo trovare un repêchage che non sia stato già valutato dagli editori francesi a cui ci si rivolge. Per me noi traduttori, agenti, scout, abbiamo il compito di provare a accendere i riflettori su autori che non sono ancora stati “visti” dal mercato, ma che meritano. Al di là degli imperativi economici, infatti, ci sono editori che fanno scelte coraggiose. Abbiamo parlato prima di Ruol, che adesso ha venduto circa 15.000 copie, ma che quando l’ho proposto ne aveva vendute circa 1000.  La ricerca di stereotipi, invece, mi sembra sia confinata alle copertine dei libri. Ho visto libri scritti da autori del Sud Italia che non erano ambientati al mare sulla cui copertina figurava la spiaggia. Penso però si tratti più di una certa forma di marketing che della ricerca attiva di testi che veicolano stereotipi.

 

Per concludere, una domanda sul passato e una sul futuro: puoi parlare dei libri italiani che hai tradotto e di quello che ti hanno lasciato? E qual è un libro che vorresti tradurre?

Allora, tra i libri del passato c’è Alessandro Robecchi, la serie con protagonista Carlo Monterossi [Edizioni Sellerio; in Francia : Edizioni L’Aube]. Per me è stato una grande fucina di lavoro sulla tecnica dell’umorismo. L’ho tradotto con Agathe Lauriot dit Prevost, che ha questa sensibilità in lei. Dalla traduzione di Robecchi esco con le spalle molto più solide quanto alla traduzione dell’umorismo. Ed è una direzione che vorrei continuare ad esplorare. L’esperienza più incredibile di traduzione sono stati i due voumi di Fifty Fifty. Warum e le avventure conerotiche e Saint’Aram nel regno di marte di Ezio Sinigaglia [TerraRossa edizioni, 2021], tradotto in francese con Les aventures érotiques de Warum & Saint Aram per le edizioni Emmanuelle Collas [2025] assieme a Cécile Raulet, perché penso che Sinigaglia sia uno dei migliori scrittori italiani viventi. È speciale nel suo anacronismo, perché è uno scrittore del XX secolo che stiamo pubblicando nel XXI secolo perché per anni non ha voluto essere pubblicato. Sinigaglia lavora la lingua in una maniera così giocosa, irriverente e fine, da far esplodere il linguaggio, da reinventarlo. Lavora così tanto in quello che Barthes chiamerebbe il “feuilleté du langage”, questo intra-lingua, questo brio, che tradurlo ti obbliga a riprodurre quel lavorio che, tra l’altro, è lo stesso verso cui tendono le mie nevrosi. Quanto al futuro, c’è un libro che amo molto e che trovo straordinario che qualcuno in Italia abbia avuto il coraggio di pubblicare, un libro estremamente anacronistico: Lo splendore di Pier Paolo di Mino [Laurana, 2024]. Più di 700 pagine, per il primo volume di sette, che rappresenta una sfida notevole per un editore straniero. Un affresco europeo che torna a porsi il problema della salvezza dell’umanità, del bene e del male. È l’opera di un mistico, che ha un ritmo incantatorio e un gusto pronunciatissimo per il romanzesco. Un testo che ha bisogno di essere supportato, difeso strenuamente dall’editore che lo sceglierà ma che, secondo me, è una delle opere più interessanti uscite in Italia negli ultimi anni, un’opera che potrebbe diventare un classico della letteratura italiana. Infine, un altro titolo che mi piacerebbe molto tradurre è Popoff di Graziano Gala [2024, minimum fax], un romanzo per adulti che gioca coi codici della filastrocca per bambini e che fa nascere immagini dalla grande forza poietica ed evocatrice, una piccola e importante pepita, opera seconda di un autore che farà strada.

Traduzione e intelligenza artificiale: intervista a Paolo Bellomo
®Dimitri Bouchon-Borie
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