Intervista a Gerardo Masuccio, fondatore e direttore della casa editrice Utopia
Autore: Laura Pugno
Per il ciclo di interviste che newitalianbooks dedica ai responsabili delle realtà editoriali italiane, oggi risponde Gerardo Masuccio, fondatore e direttore di Utopia.
Come racconteresti l’identità di Utopia ai lettori e alle lettrici di newitalianbooks all’estero? Quali sono le sue caratteristiche e i suoi punti di forza?
Utopia è una giovane casa editrice indipendente che ho fondato a Milano nel 2020, nel pieno della pandemia. Fin dall’inizio il progetto si è basato su un principio molto semplice: pubblicare pochi libri – una dozzina all’anno – e sceglierli con attenzione, con l’idea di costruire nel tempo un catalogo capace di durare, lontano dalle logiche più immediate del mercato.
La ricerca di Utopia è dedicata soprattutto alla narrativa e alla saggistica letteraria e si sviluppa lungo due direttrici principali. Da un lato, la riscoperta di opere e autori italiani che per anni sono rimasti ai margini delle librerie, come Massimo Bontempelli, Grazia Deledda, Ottiero Ottieri e Piero Scanziani. Dall’altro, la ricerca di voci contemporanee, spesso provenienti dalle periferie geografiche e culturali del mondo, con una particolare attenzione alle scritture che sperimentano sul piano formale. Utopia traduce dal tamil, dal persiano, dall’indonesiano, dall’uzbeko, dal thai, oltre che dalle lingue franche.
Anche l’identità grafica della casa editrice è pensata per essere immediatamente riconoscibile. Le copertine seguono una gabbia che richiama la sezione aurea: una struttura composta da quadrati all’interno dei quali si distribuiscono gli elementi editoriali del libro. Un sistema che combina rigore e flessibilità, contribuendo a rendere il catalogo visivamente coerente.
L’ambizione è che Utopia mantenga nel tempo una forte coerenza culturale, costruendo un percorso editoriale riconoscibile e identitario. Vorrei continuare a intercettare lettrici e lettori interessati a una letteratura esigente, radicata nella tradizione ma allo stesso tempo aperta al dialogo internazionale.
Quali scommesse, letterarie e non, hanno funzionato meglio in Italia ed eventualmente in altri Paesi e a tuo avviso, perché?
Senza dubbio i classici, che hanno ritrovato migliaia di lettrici e lettori. La riscoperta di Massimo Bontempelli, Grazia Deledda, Ottiero Ottieri e Piero Scanziani punta a mostrare la ricchezza e la pluralità della tradizione letteraria italiana tra Ottocento e Novecento, specie di quella controcanonica, distante dai percorsi di studio e, fino a pochi anni fa, dalle librerie.
Massimo Bontempelli è stato uno degli intellettuali più originali della prima metà del novecento. Narratore, drammaturgo, giornalista e animatore culturale, è stato il principale teorico del realismo magico, un movimento che ha cercato di restituire alla realtà quotidiana una dimensione di meraviglia e di straniamento. La sua opera ha contribuito a rinnovare profondamente la narrativa italiana (Pirandello lo considerava un riferimento), aprendo la strada a una forma di modernità letteraria capace di dialogare con le avanguardie europee. Nessuno lo pubblicava più. Adesso ha migliaia di sostenitori, centinaia tra librai e recensori che ne hanno diffuso i testi, una costante attenzione dei più giovani sui social. Utopia lo sta pubblicando tutto.
E Grazia Deledda? Occupa certamente un posto centrale nella storia della letteratura italiana, la sua è una voce profondamente radicata in una dimensione geografica e culturale specifica: la Sardegna. Ma in quella periferia l’autrice ha saputo trovare l’universale. Attraverso romanzi e racconti di grande intensità psicologica, è riuscita a trasformare le storie della sua isola in una rappresentazione di valore universale, affrontando temi come il destino, la colpa, la religiosità e il rapporto tra individuo e comunità. Il riconoscimento internazionale culminò nel premio Nobel, che ne consacrò definitivamente il ruolo nel panorama europeo. Eppure in Italia in molti non l’avevano mai letta…
Ottiero Ottieri, invece, è stato un inquieto, un visionario dalla scrittura ibrida, sempre diviso tra società e ricerca di un senso per la vita. Ha saputo raccontare le trasformazioni del lavoro e dell’industria nell’Italia del dopoguerra. Nei suoi romanzi, l’esperienza della fabbrica, della selezione del personale e della vita aziendale diventa materia narrativa e occasione di riflessione sull’alienazione, sull’identità individuale e sui nuovi rapporti sociali prodotti dalla modernità industriale. E poi la depressione, il disincanto. La seconda fase della sua narrativa mi ricorda Svevo, Gadda, Berto.
Infine Piero Scanziani, autore svizzero di lingua italiana, narratore che amo. Nei suoi romanzi e nei suoi saggi emerge una ricerca spirituale e filosofica che attraversa culture e tradizioni diverse, con uno sguardo ampio e cosmopolita. La sua opera rappresenta una delle espressioni più originali della letteratura di lingua italiana fuori dai confini nazionali. Da dove veniamo, dove andiamo, perché siamo al mondo? Che senso ha la vita? Ogni volta, leggendolo, mi ricordo chi sono e perché ho scelto la strada della letteratura. La vita, senza lo slancio dell’arte, mi è sempre sembrata poco.