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Intervista a Andrea Gentile (il Saggiatore)

Autore: Paolo Grossi

11/03/2022

Intervista a Andrea Gentile (il Saggiatore)

Scrittore e direttore editoriale de il Saggiatore, Andrea Gentile è autore, tra gli altri, di L’impero familiare delle tenebre future (il Saggiatore, 2012), I vivi e i morti (minimum fax, 2018), Apparizioni (nottetempo, 2020), Tramontare (minimum fax, 2021).

 

In questi ultimi anni, sotto la tua guida, il Saggiatore ha compiuto una vera e propria metamorfosi. Ha cambiato corpo e pelle. E si presenta sul mercato come una delle case editrici dall’immagine più nuova e “creativa”. Quali sono state le tappe di questo processo di rinnovamento e quali le scelte strategiche che lo hanno guidato? Quale è stata la risposta dei lettori?

Quando si costruisce un’identità bisogna partire da una domanda molto semplice: chi siamo veramente? La prima tappa era quindi un vero e proprio lavoro di scavo interiore dell’anima della casa editrice. Non era solo un lavoro di restyling ma proprio di significato. Non solo: anche di procedure, di modalità di lavoro, di visione profonda delle cose. 

 

Provo una sintesi necessariamente parziale di alcune tappe:

 

– chiusura di tutte le collane, con l’idea che dovessimo “inventare il lettore” di questa casa editrice. C’era da qualche parte un lettore Saggiatore che non sapeva ancora di esserlo. Doveva esserlo del Saggiatore più di quanto lo fosse degli autori del Saggiatore. Era un lettore che poteva avere più probabilmente dai 20 ai 40 anni, piuttosto che dai 50 ai 70 e che doveva seguire questa casa editrice in quanto non solo il suo catalogo, ma tutta una serie di azioni progettuali, restituivano l’idea di un immaginario molto preciso: contemporaneo, radicale, da un lato prestigioso, da un lato coraggioso;

 

– chiusura anche dei Tascabili, secondo la convinzione che per un catalogo come il nostro si trattasse di uno strumento desueto, per varie ragioni. Non solo: portare i grandi classici del catalogo nella stessa collana dei nuovi scrittori ci permetteva di dire che un esordio di saggistica o di narrativa aveva lo stesso valore di un Kerényi o di una de Beauvoir;

 

– costruire nuovi paradigmi per progettare libri: abbandonare qualsiasi seduzione dell’attualità, lavorare per universi simbolici e per emblemi. Progettare libri con l’idea che potessero essere letti anche dopo qualche decennio o almeno qualche anno, e progettarli, se italiani, con una visione internazionale. Abbandonare inoltre una certa eterogeneità degli stili sparpagliata nelle varie collane, puntando a una certa assolutezza: qualsiasi libro deve essere scritto, anche quando è un saggio, in una modalità letteraria. Al tempo stesso, pubblicazione di libri che talvolta fanno dire ai nostri interlocutori: “è un libro che solo il Saggiatore poteva fare”; 

 

– allestire una radicale politica d’autore. Pubblicare cioè voci (o autori) e non libri. Rompere cioè un certo modo di fare di una certa editoria che funziona più o meno così: pubblico il tuo libro, ne verifico l’andamento, aspetto che tu mi proponga il secondo e io, sulla base anche dell’andamento, valuterò se pubblicarlo o meno. Abbiamo costruito invece, quando ci siamo riusciti, un processo completamente opposto: l’editore è interlocutore dell’autore sempre. Si tratta non di un processo romantico, ma anche per così dire industriale: se lavoro per anni a un libro devo valorizzare il più possibile ciò che ne rimane, ossia l’autore. La voce. Se invece considero un libro solo come un prodotto autonomo, rischio di avere investito molto del mio tempo per un risultato che si consuma in poche settimane, cioè nei tempi della presenza del libro in libreria; 

 

– al tempo stesso, mettere al centro l’editore. Per costruire un’identità in maniera millimetrica, l’editore deve fare l’editore e non può fare compromessi. Un esempio: talvolta gli autori credono di doversi esprimere sulla copertina. Ma un editore dispone non solo della professionalità adatta a progettare la copertina giusta per quel libro: dispone anche di una conoscenza precisa della sua identità in perenne costruzione e di una gigantesca mole di informazioni, che l’autore neanche sospetta, che sorgono da una grande quantità di interlocutori della filiera di cui un editore deve tenere conto. Una parte integrante dell’identità di questo Saggiatore, anche se la più nascosta, allora è questa: l’editore è custode della poetica dell’autore, però deve potere fare il suo lavoro. Prima che un autore firmi un contratto, riceve un lungo documento, intitolato «Il lavoro editoriale», dove si illustra come lavoriamo, che cosa fa un editore, perché sa perfettamente come, quando e perché fare uscire un determinato libro. È un atto poetico ma anche di onestà;

 

– tentativo di costruire, all’interno della casa editrice, un’officina. Puntare cioè su venticinquenni di talento, buttandoli nella mischia in vari modi, spesso facendo loro ruotare vari lavori, anche i più diversi, in modo tale che potessero conoscere questo lavoro su vari aspetti. Un lavoro molto faticoso, che spesso è stato però ripagato;

 

– emanazione del seguente assunto: un’identità editoriale non si costruisce solo attraverso i libri, ma attraverso qualsiasi manifestazione pubblica e privata dei componenti della casa editrice. Abbiamo studiato dunque, a partire dall’identità di base, qualunque atto come atto editoriale, cioè progettuale. Persino le buste per spedire i libri ai giornalisti sono “rosso Saggiatore”, molto diverse dalle comuni buste gialle;

 

– radicamento di una “mentalità aziendale”. Per progettare una casa editrice, non basta inventare e ideare. I componenti della casa editrice allora vengono addestrati ai numeri, una proposta editoriale non viene mai fatta senza un conto economico, qualsiasi idea non può essere non solo accolta, ma addirittura posta al vaglio senza un ragionamento che sia anche economico. Ambire cioè a una casa editrice di intellettuali con conoscenze manageriali.

 

La risposta dei lettori per ora è stata ottima. In questi sette anni il Saggiatore ha raggiunto il +175% di fatturato e ha aumentato le copie vendute del +111%. 

 

La scelta di abbandonare la strutturazione per collane sembrerebbe togliere al lettore uno strumento di orientamento nel mare magnum del catalogo. Come ovviare a questo inconveniente? Chi consulta il sito Saggiatore che piste trova per navigare nel catalogo?

Il primo utente da accompagnare in questa rivoluzione era il libraio: abbiamo allora costruito molti materiali, negli anni, per illustrargli il nostro modo di lavorare. Molti ora non si pongono neanche più il problema: disegnano una vera e propria “macchia Saggiatore”, e non importa che si tratti di romanzi o saggi. Questo era uno degli obiettivi che volevamo raggiungere. Sul sito, invece, il lettore ha la possibilità di scandagliare il catalogo per tag ma non nascondo che, data la natura ibrida dei nostri testi, ci troviamo spesso in una situazione di imbarazzo. Dire per esempio che un libro è di “economia” è difficile, perché potrebbe essere letto, per le sue caratteristiche, anche da chi cerca libri di storia. La verità è che i lettori del Saggiatore sono oramai abituati a questa costellazione. Sanno che pubblicando un libro sugli algoritmi, uno di poesia, un saggio sul capitalismo e un romanzo di duemila pagine, stiamo costruendo un unico grande discorso. 

 

Il Saggiatore è sempre stato tradizionalmente identificato come una casa editrice di saggistica. Ora però trovano spazio in catalogo anche opere di narrativa, di poesia etc.: quali sono le strade che intendi percorrere in questo ambito? Quanta parte avranno gli autori italiani? O gli autori esordienti? E, ancora, quali scelte di comunicazione sono state fatte per rendere visibile questa dimensione letteraria del catalogo?

I libri di autori italiani sfiorano, al momento, il 50% della produzione annua. La grande maggioranza degli autori italiani di saggistica e narrativa degli ultimi anni era esordiente: abbiamo costruito un parco autori che entra a far parte di un ecosistema. Di questo ecosistema fanno parte anche una giovanissima piattaforma podcast (Voci) e una giovane rivista online (The Italian Review). Il futuro dell’editoria è di chi sarà in grado di costruire connessioni neuronali tra contenuti. Portare il lavoro dell’editore non solo nel libro, ma anche in altri mondi. 

 

Un’ultima domanda tocca l’ambito specifico di cui si occupa newitalianbooks: quello della promozione del libro italiano all’estero. Tra i titoli italiani da te pubblicati negli ultimi anni quali hanno suscitato particolare interesse presso l’editoria internazionale?

Anche questo fa parte di una strategia ben precisa. Avendo pubblicato molti libri italiani con un’idea internazionale, e avendo notevolmente aumentato il suo prestigio all’estero, la casa editrice ha aumentato le sue vendite all’estero del 152% negli ultimi 4 anni. Tra i titoli più venduti: Breve storia della pasta di Luca Cesari, A spasso con i centenari di Daniela Mari, Ghiaccio di Marco Tedesco e Flores d’Arcais, Hamburg di Marco Lupo.

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