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Il libro italiano nel mondo

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Intervista a Cecilia Schwartz (Università di Stoccolma): il libro italiano in Svezia

Autore: Paolo Grossi

12/07/2022

Intervista a Cecilia Schwartz (Università di Stoccolma): il libro italiano in Svezia

Cecilia Schwartz è professore associato di letteratura italiana all’Università di Stoccolma. Si è occupata degli aspetti transnazionali della letteratura italiana, dalla figura del mediatore letterario alle immagini dell’italianità. Ha pubblicato numerosi saggi sulla traduzione, circolazione e ricezione di opere italiane in Svezia, tra cui il volume Libri in viaggio. Classici italiani in Svezia (Stoccolma 2013), curato insieme a Laura Di Nicola. L’editore Carocci ha pubblicato pochi mesi fa il suo libro La letteratura italiana in Svezia. Autori, editori, lettori (1870-2020) in cui viene presentato un quadro esaustivo, unico del suo genere, della presenza del libro italiano in Svezia in un arco temporale di un secolo e mezzo.

 

Quando e come ha preso avvio la ricerca che è alla base di questo libro?

È successo per caso. Sono stata contattata nel 2011 dalla professoressa Laura Di Nicola della Sapienza (che allora non conoscevo) per fare una relazione sulla letteratura italiana in Svezia in un convegno dedicato a Calvino in Svezia. Mi sono allora concentrata sugli anni 1945-85, ma poi mi sono chiesta che cosa fosse successo prima del 1945 e dopo il 1985. Successivamente, nel 2016 sono stata coinvolta in un progetto di ricerca sulla World Literature diretto dal professor Stefan Helgesson dell’Università di Stoccolma e così ho potuto continuare con mia la ricerca in un contesto ricco di stimoli e di creatività.

 

Non sono molte le ricerche che si occupano della ricezione editoriale di una letteratura in un’altra lingua. Nell’accingersi a studiare la presenza del libro italiano in Svezia ha tenuto presente come modelli altre ricerche analoghe in ambito europeo?

Le ricerche di questo tipo erano sostanzialmente di due categorie: o studi pubblicati in riviste che, per motivi di spazio, non potevano offrire un quadro esaustivo, o antologie con saggi dedicati ad argomenti specifici. Il mio intento invece è stato quello di dare un quadro ampio e approfondito del percorso della letteratura italiana in Svezia: dal momento che non ho trovato un modello da seguire, ho cercato di crearmelo da sola. Il libro nasce dunque dall’intenzione di fornire un piccolo contributo allo studio della storia della letteratura italiana oltrefrontiera, proponendo una metodologia che potrebbe facilmente essere applicata ad altri contesti.

Vi sono, a suo avviso, dei tratti peculiari che caratterizzano la relazione fra il libro italiano e l’editoria svedese?

Sì, parecchi. Le faccio tre esempi. Una delle cose che salta agli occhi è la presenza relativamente esigua in Svezia di libri di intrattenimento tradotti dall’italiano. Quest’assenza mi ha sorpreso, dato che una mia collega danese, Hanne Jansen, ha notato un considerevole influsso di romanzi gialli italiani in Danimarca. In Svezia, la maggior parte dei libri tradotti sono libri che godono di un certo prestigio letterario: dal romanzo contemporaneo riconosciuto dalla critica italiana e/o internazionale ai classici vecchi e moderni. L’esempio della letteratura italiana in Svezia non conferma dunque l’idea diffusa che i libri in circolazione su scala mondiale siano standardizzati e di facile lettura. Un altro tratto peculiare riguarda gli editori che si sono occupati della pubblicazione di libri tradotti dall’italiano. Non mi aspettavo, per esempio, che la più grande casa editrice Bonniers avesse contribuito così tanto al successo di cui la letteratura italiana godeva in Svezia negli anni 1950-70. Dopo l’abbandono di Bonniers (a causa della crisi dell’editoria svedese negli anni 1970-71), il numero di edizioni pubblicate è aumentato ma la loro visibilità risulta minore. Un ultimo esempio riguarda l’importanza delle case editrici di nicchia, a partire da Italica che fu inaugurata con un’edizione di poesie di Quasimodo (prima del premio Nobel) fino alla più recente Contempo, nata nel 2011, che pubblica solo libri tradotti dall’italiano. 

 

Nella sua introduzione, sottolinea come l’asimmetria caratterizzi, in genere, gli scambi transnazionali in ambito letterario (cronologia asimmetrica, selezione asimmetrica e differenza fra canone interno e canone esterno). Può darci qualche esempio che illustri questa relazione asimmetrica?

Sì, le asimmetrie sono presenti a tutti i livelli e rappresentano in sé un argomento affascinante che meriterebbe ulteriori studi. Un esempio di cronologia asimmetrica l’abbiamo nella scoperta e riscoperta di scrittrici come Anna Maria Ortese, Dacia Maraini, Fleur Jaeggy e Natalia Ginzburg, che sono state rilanciate, ritradotte o addirittura tradotte per la prima volta come conseguenza della “Ferrante Fever”. Anche al livello del repertorio autoriale, cioè dell’insieme delle opere tradotte di un autore, le asimmetrie cronologiche sono notevoli, se per esempio pensiamo al romanzo d’esordio di Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno (1947), tradotto per la prima volta nel 2016 e conseguentemente accolto con un certo stupore dalla critica svedese che non era al corrente della produzione più “neorealistica” dell’autore. Queste asimmetrie sono significative per la ricezione oltrefrontiera in quanto i lettori stranieri sono costretti a leggere le opere di uno scrittore tradotto in un ordine diverso rispetto a quello originario.

Anche la selezione tende a essere asimmetrica in quanto alcune opere vengono selezionate per la traduzione e altre no. Al livello del repertorio integrale, che include tutte le opere tradotte da una certa lingua, ci sono testi e scrittori selezionati più di una volta, come nel caso delle ritraduzioni (per esempio della Commedia dantesca, di Pinocchio, Lessico famigliare ecc.), mentre altri non vengono mai tradotti, le cosiddette non-traduzioni (Gadda, per esempio, non è mai stato tradotto in svedese). La stessa selezione asimmetrica si ripete al livello del repertorio autoriale, come nel caso Deledda, il cui romanzo Elias Portolu è stato oggetto di ben due traduzioni e tre riedizioni, mentre altre delle sue opere sono rimaste delle non-traduzioni, per esempio La madre, uno dei suoi romanzi più belli che non è mai stato tradotto in svedese.

 

Un’ultima domanda, infine, riguarda, più in generale, la situazione attuale del libro italiano in Svezia. Vi sono stati cambiamenti significativi nell’arco degli ultimi quindici anni? Quali sono le tendenze oggi più rilevanti?

Penso che la cosiddetta “Ferrante Fever” abbia contribuito parecchio alla svolta femminile degli ultimissimi anni. Nella scia del suo enorme successo, sono state rilanciate, come già menzionato, alcune scrittrici che avevano esordito molto prima di Ferrante. È ovvio che gli editori svedesi sono alla ricerca di una “nuova Ferrante”, una ricerca manifestata nell’attuale traduzione di scrittrici italiane contemporanee come Ilaria Tuti, Rosa Ventrella e Claudia Durastanti. Bisogna dire, però, che Ferrante ha avuto una sua “precorritrice” in Silvia Avallone (un altro esempio della cronologia asimmetrica) che aveva sollecitato nel pubblico di lettori svedese un cospicuo interesse per l’amicizia al femminile in un contesto popolare caratterizzato dai conflitti sociali, tutti temi che si inseriscono perfettamente nella lunga tradizione svedese della letteratura operaia.

Un’altra tendenza riguarda la riscoperta dei classici del Novecento: oltre a Ginzburg vengono oggi tradotte e ritradotte le opere di Calvino, Pasolini, Morante, Pirandello ecc. Il capitale simbolico del passato, di cui la letteratura italiana è sempre stata ben fornita, include ormai anche i grandi nomi del Novecento.

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