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La Divina Commedia in altre lingue (prima parte)

Autore: Mirko Tavoni, Università di Pisa

07/06/2022

La Divina Commedia in altre lingue (prima parte)

Al Museo Casa di Dante di Firenze è raccolta ed esposta una collezione di traduzioni della Divina Commedia, creata dal progetto “Dante Poliglotta”, consistente in 284 edizioni in 49 lingue e 22 dialetti. Il lettore della presente scheda ha quindi l’opportunità di consultare riunite in un unico luogo, se lo desidera, molte delle traduzioni qui trattate, nonché di vedere un’informazione essenziale su ognuna di esse nel sito di “Dante Poliglotta” (https://www.dantepoliglotta.it/lingue-e-dialetti/ – Il progetto “Dante Poliglotta” si deve all’iniziativa personale amatoriale di un magistrato, Giuliano Turone, che ha ricoperto ruoli importantissimi in indagini contro la mafia e la Loggia P2 e presso il Tribunale penale internazionale dell’Aja). Altre risorse online informative sono le pagine di Wikipedia dedicate alle “Traduzioni della Divina Commedia” (https://it.wikipedia.org/wiki/Traduzioni_della_Divina_Commedia) e alle “English translations of the Divine Comedy” (https://en.wikipedia.org/wiki/English_translations_of_the_Divine_Comedy). A cui si aggiungono, più specialistiche, la Bibliografia Dantesca Internazionale, realizzata congiuntamente dalla Società Dantesca Italiana e dalla Dante Society of America (http://dantesca.ntc.it/dnt-fo-catalog/pages/material-search.jsf), che, digitando la parola chiave “traduzione”, restituisce 152 titoli di bibliografia secondaria; l’Enciclopedia dantesca, 6 voll., Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1970-1978, 19842, alle voci (disponibili anche online) dedicate alle lingue, ai paesi e ai principali traduttori; la Bibliografia analitica degli scritti su Dante 1950-1970 di Enzo Esposito, vol. III, Firenze, Olschki, 1990, cap. XIII “Studi su traduzioni e traduttori”, ni 7011-7244, pp. 1039-1065; e il numero monografico della rivista “Critica del testo”, XIV/3 (2011) dedicato a “Dante, oggi / 3. Nel mondo”, contenente tredici contributi scientifici su traduzioni novecentesche in altrettante aree linguistico-culturali del mondo.

Questa brevissima premessa biblio-sito-grafica è necessaria, nel caso eccezionale della Divina Commedia, sia per segnalare al lettore alcune risorse online immediatamente a sua disposizione per approfondimenti e curiosità, sia per dichiarare su quali basi sia stata costruita la presente scheda, atipica per il mare magnum di bibliografia primaria e secondaria che è chiamata a distillare. I numeri di lingue e di edizioni citati qui all’inizio danno, per difetto, l’ordine di grandezza. Dalla ricognizione della bibliografia secondaria sopra citata, pur sommaria, i traduttori che abbiano tradotto l’intera opera o almeno una sua cantica (quasi sempre, come è prevedibile, l’Inferno), contando ognuno di essi per uno, anche quando abbiano prodotto più di una edizione, parziale e/o integrale, risultano essere 415. Numero che andrà inteso in senso approssimativo, per gli inevitabili limiti di imprecisione intrinseci a una tale ricognizione. E le lingue (contando sardo e friulano, ovviamente, come lingue) risultano essere 52, più 20 dialetti italiani – nei quali è stata dunque profusa una dedizione traduttiva superiore a quanto ci si aspetterebbe. Una contabilità così fatta, e articolata per secoli, può risultare istruttiva proprio per la sua evidenza statistica. Partiamo dunque da questa tabella, con le lingue ordinate per vicinanza genetico-geografica-culturale all’italiano: latino, lingue romanze, germaniche, celtiche, slave, altre lingue d’Europa non indoeuropee, lingue del vicino, medio e lontano oriente, lingue artificiali.

 

Lingua Sec. XV Sec. XVI  Sec. XVII Sec. XVIII Sec. XIX Sec. XX Sec. XXI TOTALI
latino 2 1 2 1 6
francese 1 3 16 21 3 44
occitano 0
spagnolo 1  1 3 8 2 14
catalano 1 3 4
portoghese 4 8 12
galego 1 1
rumeno 3 3 6
sardo 1 1 2
friulano 3 3
dialetti italiani 10 19 9 38
tedesco 1 19 29 4 53
inglese 2 50 57 15 124
nederlandese 1 4 5
danese 1 1 2
svedese 1 3 4
norvegese 2 2
islandese 1 1
gaelico 1 1
greco 2 2 4
sloveno 4 4
croato 3 3
ceco 1 2 3
slovacco 2 2
polacco 3 4 2 9
serbo 1 1
macedone 1 1
bulgaro 3 3
russo 1 5 6
ucraino 3 1 4
lituano 2 2
lettone 2 2
albanese 1 1
ungherese 1 1 1 3
finlandese 1 1
estone 1 1
basco 1 1
armeno 3 3
persiano 1 1 2
georgiano 1 1
turco 2 2
kazako 1 1
ebraico 1 1 1 3
yiddish 1 1
arabo 3 1 4
maltese 3 3
bengalese 1 1
malayalam 1 1
cinese 3 4 7
giapponese 4 4
coreano 4 1 5
vietnamita 1 1
esperanto 2 1 3
 TOTALI 4 1 0 7 119 228 56 415

 

La prima traduzione della Commedia, integrale, è in prosa latina, a opera del francescano Giovanni Bertoldi da Serravalle, composta nel 1416 su istanza di cardinali non italiani partecipanti al Concilio di Costanza interessati al poema come opera di alta edificazione morale e religiosa. A questa seguì, nel 1427-1431, la traduzione in esametri dell’olivetano Matteo Ronto, anch’essa motivata dall’intento, forse ispirato dall’essere il Ronto un “veneziano de là da mar” nativo di Creta, di diffondere il poema all’intera ecumene cristiana. 

Che le primissime traduzioni della Commedia siano in latino presuppone la riflessione preumanistica militante aperta dal grammatico bolognese Giovanni del Virgilio, che nel 1321 rimproverava a Dante di aver “gettato perle ai cinghiali” scrivendo il suo poema in volgare; e la discussione svoltasi a Firenze nel 1405-1406 fra gli umanisti Coluccio Salutati e Leonardo Bruni sul valore da riconoscere o non riconoscere al poema in volgare di Dante. Ma la motivazione specifica di entrambe le traduzioni, compiute da due religiosi, così come dei numerosi commenti trecenteschi al poema in latino, da Graziolo dei Bambaglioli (1324) a Guido da Pisa (1327-28) a Pietro Aligheri (1344-55) a Benvenuto da Imola (1375-1380), entro i quali erano incluse ampie parafrasi latine, se non vere e proprie traduzioni, del testo, non è di rivendicare la superiorità del latino sul volgare ma di diffondere universalmente il messaggio cristiano di Dante. 

Negli stessi anni compaiono le prime due traduzioni in una lingua moderna, entrambe iberiche: quella in castigliano, composta nel 1428 dallo scrittore, cultore di astrologia e mitologia, Enrique de Villena su istanza del Marchese di Santillana, rimasta inedita, che nell’unico manoscritto che la tramanda appare scritta verso a verso accanto al testo originale, dunque con tendenziale funzione di supporto alla lettura di esso; e quella catalana del poeta Andreu Febrer, legato alla corte aragonese, compiuta a Barcellona nel 1429, in terzine di endecasillabi, dunque con autonome ambizioni poetiche. Queste primissime traduzioni evidenziano da subito il doppio interesse, contenutistico-morale-religioso e formale-poetico, suscitato dalla Commedia fuori d’Italia, in particolare nelle culture iberiche, dove tale interesse appare collegato all’influenza esercitata dal movimento umanistico italiano. 

Di nuovo spagnola è una delle due traduzioni cinquecentesche, del solo Inferno: del religioso e umanista di Burgos Pedro Fernández de Villegas, in endecasillabi rimati in “coplas de arte mayor” (1515). L’altra è la prima traduzione francese, del letterato e religioso Balthasar Grangier, canonico di Notre Dame: traduzione completa, in strofe di 6 alessandrini, datata 1596. È pertinente notare che la prima traduzione francese del Canzoniere di Petrarca è di cinquant’anni prima (1548)  e che il petrarchismo francese fiorisce già a metà del secolo. La questione della lingua italiana, seguendo la proposta di Pietro Bembo (1525), si assesta nel corso del Cinquecento su base classicista petrarchesca, e la “tradizione volgare illustre” che l’Italia vanta e che le letterature vicine riconoscono come modello è dello stesso stampo e non annovera Dante tra i suoi riferimenti fondamentali. 

Questa traduzione del 1596, a sua volta, resterà isolata per quasi altri due secoli, e non solo in francese. Classicismo, barocco e illuminismo costituiscono terreni parimenti refrattari al poema dantesco anche per tutto il corso del XVII e XVIII secolo in tutta Europa. Infatti la prima traduzione settecentesca è quella in esametri virgiliani del gesuita Carlo d’Aquino (1728), in continuità con le traduzioni latine di tre secoli prima, e specificamente in linea con il programma della Ratio studiorum gesuita che impone il latino come lingua di formazione delle classi dirigenti cattoliche nel mondo. E sarà ancora di mano ecclesiastica la versione ugualmente in esametri (1800) dell’abate vicentino Gaetano Dalla Piazza (opera di laici invece le due successive: quella in esametri di Giuseppe Pasquale Marinelli, 1874, e quella in prosa di Antonio Bonelli, 1932).  

L’impulso moderno alla traduzione della Commedia nelle lingue romanze e germaniche ha inizio nell’ultimo quarto del sec. XVIII, con la traduzione integrale tedesca in prosa di Lebrecht Bachenschwanz (1767-1769); con le tre traduzioni francesi in prosa, del solo  Inferno di Julien-Jacques Moutonnet-Clairfons (1776) e di Antoine de Rivarol (1783), integrale di Paul Edouard Colbert d’Estouteville (1796); con la traduzione inglese, anch’essa  del solo Inferno e in blank verse (endecasillabi sciolti) di Charles Rogers (1782) e con quella integrale di Henry Boyd (1785-1802), in stanze di 6 versi rimati; nonché con varie traduzioni del solo episodio del conte Ugolino (che resterà per sempre, con quello di Francesca, l’episodio preferito): in tedesco (di Karl Friedrich Reinhardt, 1784); in nederlandese (di Hieronymus van Alphen, 1780); in inglese (di Richard Alsop, 1788, realizzata negli Stati Uniti), e di brani vari in terza rima di August Wilhelm Schlegel (1794), importanti perché inaugurano la stagione dell’esaltazione romantica di Dante.

Uno sguardo alla nostra tabella basta a mostrare l’assoluta predominanza dell’inglese in tutte le traduzioni della Commedia dall’inizio del XIX secolo ai giorni nostri – quasi un terzo delle quali realizzate, a partire da metà Ottocento, negli Stati Uniti. Il dantismo anglosassone, su entrambe le sponde dell’Atlantico, è vigorosissimo, sia sul piano degli studi sia sul piano delle traduzioni. È emblematico il fatto che la Dante Society of America sia la seconda società dantesca a essere fondata, nel 1881 (la prima è la Deutsche Dante-Gesellschaft, nel 1865, e infatti il tedesco è secondo solo all’inglese per numero di traduzioni della Commedia), mentre la Società Dantesca Italiana viene fondata solo nel 1888. A lanciare Dante nella Londra dei primi tre decenni dell’Ottocento contribuirono gli esuli italiani – ricordiamo solo Ugo Foscolo e Antonio Panizzi, grande organizzatore della biblioteca del British Museum – che diedero alla figura di Dante un’impronta risorgimentale legata al mito dell’Italia. Era bibliotecario al British Museum anche il letterato ed ecclesiastico Henry Francis Cary, che fra il 1805 e il 1814 porta a termine e pubblica la traduzione integrale del poema in blank verse che, altamente lodata da Foscolo e Coleridge, si impose da subito e rimase la più conosciuta e apprezzata per tutto il secolo in Inghilterra e non solo: l’edizione newyorkese del 1884, con le illustrazioni di Gustave Doré, campeggia ancora al centro dell’hollywoodiano Dante’s Inferno, con Spencer Tracy, del 1935. Una produzione così vasta di traduzioni in prosa e in versi è stata analizzata in periodi: neoclassico, romantico, vittoriano (che insiste sull’importanza del significato letterale e perciò preferisce la versione in prosa), novecentesco (che esplora le implicazioni delle diverse soluzioni metriche anche confrontandosi col linguaggio poetico contemporaneo).

Per l’Ottocento ci limiteremo a citare, con quella di Cary, la prima e fondamentale traduzione americana, quella di Henry Wadsworth Longfellow (1867), poeta, studioso e professore di letterature moderne a Harvard, animata dall’ammirazione etico-culturale per il poeta espressione della storia spirituale di un popolo e di un’epoca, e portata avanti per anni in contatto con i membri del Dante Club fondato a Boston nel 1862 dallo stesso Longfellow, embrione della Dante Society of America. 

Fra le traduzioni novecentesche ricordiamo le due prodotte in Inghilterra che si misurano con la riproduzione della terza rima: quella, apprezzata da Ezra Pound, del poeta Laurence Binyon (1933-1943) e quella della scrittrice di gialli Dorothy Leigh Sayers (1949-1962), portata a termine dalla dantista Barbara Reynolds; e le due prodotte negli Stati Uniti, quella in prosa di Charles Singleton (1970-1991), il più influente dantista americano del secolo, e quella in blank verse del poeta e critico Allen Mandelbaum (1980-1984): disponibile online, con quella di Longfellow, e con il commento di Teodolinda Barolini, nel sito https://digitaldante.columbia.edu/. Mentre il XXI secolo è aperto dalla traduzione commentata, anch’essa in blank verse (2000-2007), di Robert e Jean Hollander (a Robert, altro importante dantista americano, si deve il Dartmouth Dante Project, https://dante.dartmouth.edu/search.php, che rende disponibili i commenti alla Commedia dal Trecento a oggi).

Di assoluto rilievo per gli studi danteschi in Germania è la figura di Giovanni di Sassonia (1801-1872), che nella lunghissima attesa prima di salire al trono nel 1854 ebbe modo di coltivare il suo amore per l’italiano e per Dante tanto da dare alla luce, fra il 1828 e il 1839, un’eccellente traduzione completa, in endecasillabi sciolti, della Commedia, pubblicata sotto lo pseudonimo di Philaletes; e poi, da re, poté costituire a Dresda un cenacolo dantesco ricco di risorse bibliografiche e di energie scientifiche, fra le quali primeggia la figura del giurista e filologo Karl Witte: cenacolo che diede luogo, nell’anno centenario 1865, alla fondazione della Deutsche Dante-Gesellschaft. Prima della traduzione di Philaletes erano comparse le traduzioni in terza rima, di impronta romantica, di Karl Ludwig Kannegießer (1809-1821) e di Adolf Friedrich Karl Streckfuss (1824-1827); e dopo di essa quella in versi sciolti (1865) del già ricordato Karl Witte, autore di edizioni critiche della stessa Commedia, della Vita nuova, della Monarchia e delle Epistole, oltre che fervente sostenitore delle lotte risorgimentali italiane. Nel Novecento si dispiegano fra le altre le traduzioni in terza rima dei poeti Stefan George (1909-1925) e Rudolf Borchardt (1923-1930), simbolista il primo, parnassiano ed esoterico il secondo; e quelle, in endecasillabi sciolti, del critico stilistico crociano Karl Vossler (1942) e dei filologi romanzi Herman Gmelin (1949-1951) e Walther von Wartburg (questa in collaborazione con la moglie Ida, 1963).

Poco meno numerose le traduzioni in francese. Integrali e in prosa quella del diplomatico in Italia Alexis-François Artaud de Montor (1811-1813), romantica, con accentuazione dei toni foschi e melodrammatici; e quelle dell’italiano naturalizzato Pier Angelo Fiorentino (1840), del poeta Auguste Brizeux (1840) e del teologo cattolico liberale Félicité Robert de Lamennais (uscita postuma nel 1855). Varie traduzioni della sola prima cantica, sulla scia di quelle già citate di Moutonnet-Clairfons (1776)  e soprattutto di Rivarol (1783), accreditano l’immagine ottocentesca di Dante come poeta dell’Inferno. Notevole fra queste la traduzione del lessicografo Émile Littré (1879): in terza rima e in francese arcaizzante, inaugura uno stile che novant’anni più tardi André Pézard svilupperà pienamente.

 

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