Ebraismo e cultura italiana: esce a Parigi un numero speciale della rivista “L’Arche”
Autore: Paolo Grossi
Fondata settant’anni fa, “L’Arche” è la più importante rivista della comunità ebraica in Francia. Pubblica ogni anno sei numeri, di cui quattro trimestrali e due numeri speciali.
All’inizio di settembre è uscito un numero monografico interamente dedicato alla storia e alla geografia dell’ebraismo italiano, nonché agli eventi salienti e alle figure più emblematiche della cultura ebraica in Italia. Curato dallo storico Pierre Savy, specialista dei rapporti tra ebrei e cristiani nel Rinascimento italiano, il fascicolo dell’ “Arche” è articolato in sezioni cronologiche — Antichità, Medioevo, Rinascimento, epoca moderna ed epoca contemporanea — e tematiche, alle quali si aggiungono interviste con personalità di spicco della comunità ebraica italiana.
In questo panorama dell’ebraismo italiano, il lettore particolarmente interessato alla letteratura e all’editoria non potrà non rimanere sorpreso dall’elevato numero di personalità di origine ebraica, tanto più notevole se confrontato con le modeste dimensioni della comunità ebraica italiana rispetto alla popolazione complessiva della penisola.
È soprattutto nel XX secolo che emergono figure di poeti, romanzieri e critici letterari di origine ebraica, destinati a esercitare un’influenza duratura sulla storia letteraria italiana.
In una realtà come quella italiana, storicamente caratterizzata da un forte policentrismo, la geografia riveste un’importanza particolare nell’articolazione del discorso storico. E questo vale anche nel caso delle vicende della presenza ebraica nella letteratura del XX secolo, il cui tracciato si snoda lungo un percorso segnato da alcune città che si distinguono per un’eccezionale densità di esperienze. Tra queste, soprattutto Trieste, Torino, Roma e Ferrara.
Trieste, città di frontiera e grande porto commerciale dell’Adriatico, crogiolo di lingue e culture disparate, in cui convivono la tradizione irredentista italiana, l’eredità degli Asburgo e gli apporti del mondo slavo, per non citare altre componenti culturali minori, conosce, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, un eccezionale rigoglio culturale, che ha per protagonisti poeti e scrittori di origine ebraica come Carlo Michelstaedter, Italo Svevo, Umberto Saba, Carlo e Giani Stuparich, fino ad arrivare a Roberto (Bobi) Bazlen, una delle figure di spicco dell’editoria italiana. Come ricorda Michel Valensi nel suo articolo su Trieste, Bazlen è all’origine della «scoperta in Italia di gran parte degli autori più importanti del XX secolo, quali Robert Musil, Franz Kafka, Witold Gombrowicz, o, nel campo delle scienze umane, Georg Groddeck, Marshall McLuhan, Bruno Bettelheim, ecc.».
A Torino prevale invece la dimensione etica e civile dell’impegno intellettuale, in particolare nell’opera di uomini come Leone Ginzburg, uno dei fondatori della casa editrice Einaudi, ucciso dai nazisti nel 1944, Carlo Levi, le cui opere, da Cristo si è fermato a Eboli a L’orologio, sono alimentate da un’analisi lucida e appassionata della società italiana, o ancora Primo Levi, non solo testimone della Shoah, ma anche scrittore di eccezionale rilievo, che la critica considera oggi una delle voci più originali della letteratura italiana della seconda metà del XX secolo.
Se soprattutto all’area romana sono riconducibili Alberto Moravia ed Elsa Morante, fra Torino e Roma si inscrive invece la parabola di Giacomo Debenedetti, critico letterario aperto alle suggestioni della psicoanalisi, scopritore di Proust in Italia e autore di due delle testimonianze più significative sulle persecuzioni naziste in Italia: 16 ottobre 1943 e Otto ebrei.
La tragedia dell’ebraismo italiano di fronte al fascismo è poi al centro dell’opera di Giorgio Bassani, autore di un grande affresco narrativo, Il romanzo di Ferrara, che il grande pubblico ha potuto conoscere anche attraverso gli adattamenti cinematografici de Il giardino dei Finzi-Contini e de Gli occhiali d’oro.
Di tutti questi autori, e di molti altri ancora di cui possiamo qui solo limitarci a ricordare i nomi (Natalia Ginzburg, Edith Bruck, etc.), gli articoli dell’Arche propongono profili originali proprio in quanto rivolti a mettere in valore il rilievo che nelle loro opere, in maggiore o minore misura, riveste la loro appartenenza all’ebraismo.
Al mondo dell’editoria, familiare ai lettori di newitalianbooks, ci riconduce infine poi l’intervista a Daniel Vogelmann, fondatore della casa editrice Giuntina di Firenze, che – fatto quasi unico in Europa – è dedicata esclusivamente alla pubblicazione di libri di cultura ebraica. Il racconto delle sue origini è esemplare à più di un titolo: da un lato, ci offre uno spaccato di storia dell’editoria italiana, in particolare fiorentina, tra fine Ottocento e prima metà del Novecento, dall’altro sembra condensare in sé, per la molteplicità delle componenti che vi concorrono, i tratti distintivi dell’ebraismo italiano, dove coesistono, in un equilibrio costantemente rinegoziato, la fedeltà a un’eredità culturale plurisecolare e la partecipazione alla storia nazionale.