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«Il mestiere dell’ombra». Intervista a Renata Colorni

Autore: Thea Rimini

«Il mestiere dell’ombra». Intervista a Renata Colorni

Un lavoro iniziato nel 1973 quando l’editore Paolo Boringhieri la assume perché traduca e curi le opere di Freud. L’impresa è monumentale e durerà più di sei anni. La contatta poi Roberto Calasso per affidarle il ruolo di revisore dei testi di letteratura tedesca per Adelphi e dal 1995 diventa direttrice della collana mondadoriana dei Meridiani. È Renata Colorni, che ha recentemente pubblicato un libretto raffinato, Il mestiere dell’ombra. Tradurre letteratura (Milano, Henry Beyle, 2020), in cui racconta la sua esperienza di traduttrice letteraria con uno stile appassionato e affabulatorio lontano da ogni tecnicismo. 

Vorrei partire dalla definizione del traduttore che si legge nel suo Il mestiere dell’ombra: «È una persona in attesa di identità, estremamente disposta ad ascoltare e accudire, a restare nell’ombra, a rendersi invisibile, dotata di grande umiltà e devozione, forse di masochismo, ma anche di enorme curiosità e generosità». La questione dell’“invisibilità” del traduttore è stata a lungo (ed è tuttora) dibattuta. Lei pensa allora che sia un tratto connaturato al mestiere? 

Non c’è complimento più grande che si possa fare al traduttore che dirgli di essere invisibile. Significa riconoscergli di aver inventato per quell’autore una forma nuova nella lingua d’arrivo. Tuttavia, l’invisibilità è allo stesso tempo una condanna perché lo relega nell’ombra.

Ma se una traduzione è riuscita solo quando non si sente che è una traduzione, non c’è il rischio di appiattire il testo originale?  

Una traduzione non è riuscita se restituisce il testo straniero in un bell’italiano, in una koinè di corriva eleganza. Lo è solo se il traduttore, per rispettare l’originalità stilistica, riesce a trovare un modo espressivo nuovo, diverso, se riesce ad ampliare il patrimonio stilistico dell’italiano. Un testo che sembri scritto in una lingua nuova, che seduce e può essere oggetto di imitazioni. 

È quello che avviene nelle migliori traduzioni poetiche…

Le traduzioni poetiche riescono solo ai poeti. E non importa che siano poco fedeli. Ricordo, ad esempio, di essermi complimentata una volta con Giovanni Giudici per la sua traduzione dell’Onegin e di avergli chiesto dove avesse imparato il russo. Sa cosa mi rispose? Che non l’aveva mai studiato. Aveva commissionato a un docente di russo una traduzione letterale e poi l’aveva rielaborata facendosi guidare dalla sua ispirazione poetica. Il primato, insomma, spetta alla lingua d’arrivo. 

Ci sono allora due fasi nel lavoro di traduzione…

Certo. C’è una prima versione in cui ci si assicura che non si perda nulla del significato del testo, del suo timbro, e in cui ci si concentra sulla restituzione. Solo in un secondo momento il traduttore si libera dalla zavorra della traduzione letterale e può dar prova del suo “orgoglio luciferino”, cercando delle forme nuove per veicolare lo spirito del testo. 

Nel 2010 ha pubblicato una nuova traduzione di Der Zauberberg di Thomas Mann nella collana “I Meridiani” con il nuovo titolo La montagna magica. Una scelta ardita se pensiamo a quanto il precedente, La montagna incantata, fosse impresso nella memoria dei lettori. 

In realtà, la scelta del titolo è stata la parte più semplice, non solo perché il termine “incantato” compare solo una volta al contrario delle diverse occorrenze di “magico”, ma anche perché riguarda la struttura ideativa profonda dello Zauberberg manniano. La montagna delle Alpi svizzere, nella quale Hans Castorp rimane irretito in un lussuoso sanatorio dal 1907 al 1914, non è passivamente ammantata d’incanto, ma elemento attivo e quanto mai perturbante di incantamento erotico e di trasformazione intellettuale e spirituale: montagna incantatrice o incantante, dunque, stregata piuttosto.  

Oltre ad aver svolto il lavoro di traduttore, Lei ha fatto per sedici anni il revisore di traduzioni di testi letterari tedeschi per Adelphi, lavoro spesso ancora più “invisibile” di quello del traduttore, eppure fondamentale. 

È un mestiere spaventoso, ed è quello a cui ho dedicato più tempo nella mia carriera. Ma il revisore non deve solo correggere gli errori del traduttore. È per questo che ho chiesto agli editori di tradurre in prima persona dei testi (Bernhard, Canetti). È stato necessario per mantenere l’autorevolezza presso i traduttori, per poter instaurare un rapporto attendibile sul piano umano e professionale. Il revisore deve dar prova di una doppia oblatività: deve rispettare la voce dell’autore e quella del traduttore. Deve lavorare in un interstizio. Tra le revisioni che ho fatto, sono intervenuta maggiormente su quelle di Bernhard, perché sapevo di aver trovato la voce giusta con la mia traduzione e valeva la pena mantenerla. In questo caso, tra me e i traduttori, si è stipulata un’alleanza al servizio dell’autore, della pagina. Purtroppo oggi nelle case editrici la figura del revisore è sempre meno presente. 

Che cosa ne pensa della proposta, avanzata più volte, di remunerare i traduttori con i diritti d’autore?

Credo che non sia una buona idea, perché ci sarebbe la corsa agli autori di best seller. Rischieremmo di avere traduzioni impeccabili di scrittori grand public e nessuna per Kafka. Certo, la retribuzione dovrebbe tenere conto del valore commerciale del testo, ma anche del suo valore letterario. Peraltro, sono spesso i libri con una tiratura bassa a segnare la storia della letteratura. 

Un aspetto molto interessante della sua riflessione sulla traduzione è l’atteggiamento diverso che assumono lo scrittore e il traduttore nel confrontarsi con la “voce degli altri”. Lo scrittore «legge soprattutto per trarne qualcosa per sé», mentre il traduttore è in ascolto. Mi sembra poi che il giudizio sullo «scrittore/traduttore» non sia molto lusinghiero, quasi che l’esercizio traduttivo compiuto da uno scrittore sia soltanto un modo per cannibalizzare le scritture altrui. È sempre così?

Naturalmente ci sono luminosissime eccezioni. Penso a Caproni, Tabucchi, Magris. Il mio è un ragionamento di carattere generale. Lo scrittore ha una pronunciata natura narcisistica che lo porta a tradurre per appropriarsi di altre scritture, una sorta di palestra. È troppo concentrato sull’espressione della propria voce per mettersi al servizio delle voci degli altri. 

Pensa che oggi la critica, militante o accademica, riconosca il giusto valore alla traduzione?

I traduttori lottano ancora perché il loro lavoro venga riconosciuto dalla critica letteraria. Le faccio un esempio: molti scrittori italiani, negli ultimi anni, hanno “bernhardeggiato”, hanno scritto cioè nello stile di Thomas Bernhard. In realtà, hanno imitato lo stile del traduttore in italiano dello scrittore austriaco, cioè il mio. La lingua di Bernhard che è entrata nel nostro patrimonio letterario è la voce del suo traduttore. Ma nessuno l’ha mai notato. 

Nel suo libro si dice poco interessata alla teoria della traduzione e infatti non menziona nessun traduttologo. Pensa che il teorico della traduzione e il traduttore non possano invece trarre profitto l’uno dall’altro?

Ci sono certamente delle eccezioni. Trovo interessante soprattutto la riflessione di Antoine Berman. Ma in generale mi diverte di più tradurre che studiare la traduttologia.

Quanto ha influito la sua esperienza di traduttore sul lavoro di direttrice de “I Meridiani”?

È stata fondamentale. “i Meridiani” ospitano classici di tutti i tempi e di tutte le lingue. Ho fatto ritradurre vecchi Meridiani come quello di Virginia Woolf e ho addirittura rinunciato a dei progetti editoriali quando non ho trovato dei traduttori validi.  La traduzione è il miglior viatico, il marketing più efficace per vendere un libro straniero. Pensiamo al “caso Simenon” che è nato dalle nuove traduzioni commissionate da Adelphi. 

Quale consiglio darebbe ai giovani che oggi vogliono diventare traduttori letterari?

Di leggere nella lingua d’arrivo. Soprattutto i testi di un’epoca vicina a quella che si sta traducendo. Oltre, naturalmente, alla conoscenza della materia di cui tratta il testo da tradurre.  

Pensa che si possa insegnare la traduzione letteraria? 

Non si insegna a diventare scrittori, eppure il mondo pullula di scuole di scrittura. Avviene lo stesso per le scuole di traduzione. Possono essere utili per insegnare i ferri del mestiere, per insegnare a riconoscere il tono di un’opera (l’ironia, ad esempio), ma il talento letterario, necessario per la traduzione, è più difficile da insegnare. Il lavoro del traduttore letterario è un lavoro letterario, implica una forma di talento di seconda istanza, una sua originalità. 

 

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