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Il libro italiano nel mondo

ApprofondimentiLa parola al traduttore

Intervista a Gustav Sjöberg, poeta, saggista e traduttore

Autore: Paolo Grossi

13/12/2021

Intervista a Gustav Sjöberg, poeta, saggista e traduttore

Gustav Sjöberg, scrittore e traduttore, vive a Stoccolma. Traduce da diverse lingue, tra cui l’italiano, il latino e il tedesco. Tra i suoi libri più recenti: zu der blühenden allmaterie. über die natur der poesie (Matthes & Seitz, Berlin, 2020) e apud (OEI, Stoccolma, 2017). Ha tradotto dal latino: Dante Alighieri, De vulgari eloquentia / Om vältalighet på folkspråket (I Libri di Cartaditalia, Istituto Italiano di Cultura, Stoccolma, 2012) e dall’italiano: Andrea Zanzotto, Gli sguardi i fatti e senhal / Blickarna händelserna och senhal (I Libri di Cartaditalia, Istituto Italiano di Cultura, Stoccolma, 2012); Giacomo Leopardi, Moraliska småskrifter (Celanders, Lund, 2015); Giorgio Agamben, Barndom och historia (OEI,  Stoccolma, 2018); Giordano Bruno, Om band i allmänhet (Eskaton, Malmö, 2019) Gianni Carchia, Från framträdelse till mysterium. Romanens födelse (h:ström, Umeå, 2020).

 

Come è diventato traduttore? Perché il suo lavoro di traduttore si è rivolto in particolare all’italiano?

Intorno al 2005-2006, a Malmö, conobbi lo scrittore ed editore Bo Cavefors (1935-2018), che mi propose di tradurre Petrolio, il romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini per la casa editrice h:ström. Accettai, nonostante il fatto che la mia conoscenza dell’italiano fosse all’epoca estremamente scarsa, una difficoltà che pensavo allora di poter risolvere in un secondo momento. Purtroppo, alla fine, h:ström non ottenne i diritti di Petrolio, ma io tradussi invece un altro libro per questo editore. Tutto questo processo durò alcuni anni, durante i quali studiai intensamente l’italiano da autodidatta. Il fatto che da allora io abbia tradotto principalmente dall’italiano è in parte una coincidenza – suggerimenti di editori, ecc. – ma soprattutto è frutto del mio amore per la letteratura italiana. Del resto, è un’area linguistica dove quasi tutto resta da tradurre in svedese.  

 

Come giudica la situazione attuale dell’editoria svedese rispetto al libro italiano? È cambiato qualcosa in questi ultimi anni? Si traduce di più? Di meno? Gli editori svedesi conosco da vicino la realtà del libro italiano?

Ad essere onesto, non ho dell’editoria libraria svedese una conoscenza che mi permetta di esprimermi su questo punto. Debbo dire, in generale, che i cosiddetti “grandi editori” hanno quasi completamente abdicato alle loro responsabilità editoriali, il che significa, in buona sostanza, che le traduzioni della letteratura più difficile e più impegnativa sono fatte da editori minori. La nuova traduzione di Anders Cullhed della Vita nova di Dante, per esempio, è stata pubblicata da un piccolo editore, e lo stesso è accaduto per le traduzioni delle opere di un filosofo contemporaneo come Giorgio Agamben. La possibilità di portare avanti grandi progetti che necessitano di finanziamenti importanti – ad esempio la traduzione dello Zibaldone di Leopardi nella sua integralità, attualmente in corso di realizzazione in Germania – è quasi inesistente. D’altra parte, come sempre, molto lavoro di ottima qualità (e più o meno non retribuito) viene fatto da piccoli editori e riviste. Tuttavia, riuscire a scoprire questo lavoro richiede un certo sforzo da parte dei lettori, poiché i media non se ne occupano.

 

Lei ha tradotto opere di classici come Dante Alighieri, Giordano Bruno e Giacomo Leopardi, ma anche libri di autori contemporanei come, tra gli altri, Andrea Zanzotto, Giorgio Agamben, Amelia Rosselli etc. Che cosa pensa della letteratura italiana di questi nostri anni?

Al momento, sto leggendo soprattutto filosofia e teoria in senso lato, e trovo che ci sono molti libri interessanti, pubblicati da vari editori. Da circa un decennio seguo anche la pubblicazione di ciò che potremmo chiamare scrittura sperimentale – scrittura di ricerca, in italiano –, ma ho la spiacevole impressione che questo tipo di letteratura sia diventato ancora più marginale negli ultimi tempi. Detto questo, non finisco mai di stupirmi di quanti libri vengano tradotti in italiano – rispetto non solo allo svedese ma anche ad altre aree linguistiche – come, ad esempio, da ultimo, il libro di Leo Spitzer su Rabelais per Quodlibet.

 

Quanto è importante per Lei, nel Suo lavoro di traduttore, il rapporto personale con gli autori dei libri che traduce? Durante il lavoro di traduzione, intrattiene con loro una corrispondenza?

Un numero relativamente grande degli autori viventi che ho tradotto sono amici o conoscenti con i quali ho contatti abbastanza regolari. È sempre gratificante tradurre testi scritti da persone che ti piacciono. Tuttavia, da un punto di vista di teoria della traduzione, non vedo alcuna ragione per considerare l’autore del testo originale come una guida alla scrittura.

 

Tra i libri italiani da Lei tradotti, ce n’è stato uno che ha rappresentato per Lei una sfida particolarmente difficile e stimolante?

Direi certamente le Operette morali di Giacomo Leopardi, pubblicati da Celanders nel 2015. È un libro che significa molto per me a livello personale, e la cui sintassi estremamente complessa è stata tutt’altro che facile da tradurre in svedese. Ma la traduzione non deve essere confusa con un risultato atletico, come tende facilmente ad accadere quando l’attenzione si concentra sulla sua difficoltà o impossibilità. Anche se un testo non può essere tradotto, desidera essere tradotto.

 

Di quali autori italiani si sta attualmente occupando come traduttore? 

Attualmente sto traducendo un saggio del filosofo Enzo Melandri, la cui opera maggiore, La linea e il circolo. Studio filosofico-logico sull’analogia, è uno dei libri più affascinanti che siano stati scritti nel XX secolo. L’anno prossimo tradurrò, tra l’altro, la Cabala del cavallo pegaseo di Giordano Bruno, che considero uno dei suoi dialoghi italiani più belli, seppur tra i meno conosciuti.

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