Intervista a Maike Albath, critica letteraria e specialista di letteratura italiana
Autore: Maria Carolina Foi, Università degli Studi di Trieste
Critica letteraria, giornalista, autrice: Maike Albath è una delle firme più apprezzate dei media culturali tedeschi. Collaboratrice di lungo corso del quotidiano Süddeutsche Zeitung e del settimanale Die Zeit, presta la sua voce a Deutschlandfun Kultur, il canale della radio pubblica. Dal Deutscher Buchpreis al Leipziger Buchpreis, ha partecipato alle giurie dei premi più prestigiosi. È membro della giuria del premio Premio italo-tedesco Mazzucchetti-Gschwend per la traduzione letteraria verso le due lingue. Senza dubbio è la presenza più “italiana” della critica letteraria tedesca, un’osservatrice attentissima e partecipe che da oltre trent’anni racconta la nostra letteratura al di là delle Alpi. Lo dimostrano anche i suoi saggi sulle topografie letterarie italiane del Novecento. Nel 2024 alla Fiera del Libro di Francoforte, Albath ha moderato tanti dialoghi di scrittrici e scrittori italiani. Anche per questo è l’interlocutrice ideale per una conversazione a tutto campo sul romanzo italiano nel mondo di lingua tedesca in questo primo quarto del XXI secolo.
Trovo molto interessante che ci siano sempre state delle cesure nella percezione della letteratura italiana in Germania. Una prima cesura – l’ho avvertita ancora da studentessa – la collocherei negli anni ’80. Dopo la ricezione di Calvino e prima ancora di Pavese e Moravia, nel 1982 apparve la traduzione del Nome della rosa di Umberto Eco, e fu quello – credo – un nuovo inizio. Il romanzo di Eco uscì quasi in contemporanea a Danubio di Claudio Magris, che a sua volta suscitò l’interesse per nuovi registri di scrittura. In quella scia furono poi tradotti Daniele Del Giudice, Antonio Tabucchi, Andrea de Carlo, tutti con un’ampia risonanza. Nel 1988 la Frankfurter Buchmesse inaugurava il formato paese ospite d’onore invitando l’Italia, che allora non solo divenne di gran moda ma giunse anche a occupare un posto di grande rilievo nel panorama letterario in generale. Quel ruolo si è poi ridimensionato – così la mia impressione – per riproporsi più tardi con i romanzi di Elena Ferrante. Forse già negli anni ’70, ’80, ’90 si profilava una linea di tendenza femminile, penso ai successi di Susanna Tamaro, Dacia Maraini e Fabrizia Ramondino. Di Ramondino fu venduto un numero di copie oggi inimmaginabile. Per non parlare di Natalia Ginzburg, rimasta comunque sempre presente, a differenza di Ramondino oggi del tutto dimenticata. Ma in anni più recenti, con un andamento ciclico, è stato decisivo il fenomeno Ferrante. Approdato in Germania in ritardo attraverso gli Stati Uniti nel 2016, il grande successo di Ferrante riaccende la curiosità per l’Italia e spiana la strada alla ricezione di autrici molto diverse come Francesca Melandri o Giulia Caminito. Nel 2024 la partecipazione dell’Italia ospite d’onore alla Frankfurter Buchmesse permette quindi di far conoscere nel suo insieme tutta una nuova generazione. Il terreno era stato già preparato, e le case editrici tedesche si mettono alla ricerca di nuovi titoli interessanti, come ha fatto, ad esempio, Piper Verlag con il primo romanzo di Ginevra Lamberti.
Come si spiega il caso Melandri che con Sangue giusto, per molte settimane nella classica dei bestseller, ha venduto in Germania oltre 100.000 copie?
Un caso interessantissimo nella scia del fenomeno Ferrante: ho l’impressione che Melandri come voce italiana sia addirittura più presente da noi in Germania di quanto non lo sia in patria. Anche il suo ultimo romanzo Piedi freddi ha avuto una ottima accoglienza. Probabilmente questo successo si spiega anche con lo spiccato interesse dei lettori tedeschi per la storia. Nella percezione della letteratura italiana, e della letteratura in genere, il pubblico tedesco nutre un vivissimo interesse per la Seconda guerra mondiale, per i rivolgimenti, le catastrofi avvenute anche in altri paesi. Forse perché può produrre un certo effetto di alleggerimento leggere la storia tedesca in un contesto più ampio, leggere come anche altrove siano state commesse orribili atrocità.
A proposito dell’intreccio fra destini tedeschi e italiani nel Novecento, come sono stati accolti in Germania i romanzi di Antonio Scurati centrati su Mussolini?
Con un grande interesse, ma non paragonabile a quello tributato a Melandri. Penso che Melandri abbia avuto un successo tanto straordinario perché ha scritto un romanzo vero e proprio, con qualche tratto autobiografico, ma finzionale. Sangue giusto (Alle außer mir, Deutsch v. E. Hansen, Wagenbach, 2018) è una grandiosa storia sul presente italiano e su come confrontarsi con il passato, anche attraverso il confronto con i propri genitori. Il vuoto, la lacuna nella storia della propria famiglia, la difficoltà di risalire al passato e fare chiarezza sono temi molto sentiti anche in Germania, penso al recentissimo romanzo di Judith Hermann (Ich möchte zurückgehen in der Zeit, S.Fischer, 2026), E sono questioni centrali per Melandri, ma non per Scurati, che punta piuttosto a una rielaborazione della storia senza dubbio fondata e necessaria. Nel suo caso, tuttavia, mi pare che prevalgano i dettagli, che l’insieme sia davvero troppo monumentale per coinvolgere il pubblico tedesco. Tutti i cinque M di Scurati sono stati tradotti e recensiti, ma con l’eccezione di pochi lettori con uno specifico interesse per quelle vicende, non mi pare si possa parlare di un successo editoriale.
La scrittura delle donne e l’interesse per la storia: sono questi temi a definire oggi il ‘canone italiano’ del pubblico tedesco?
Alcune case editrici si impegnano molto per proporre un nuovo canone. Wagenbach lo persegue risolutamente. Agli inizi aveva promosso l’avanguardia, testi non proprio popolari, pubblicando Manganelli, il Gruppo ’63, Malerba e poi Cavazzoni, Celati – ammirevole come abbia tenuto fermo a questa linea. In anni più recenti Wagenbach ha registrato un enorme successo con Michela Murgia. E qui entrano in gioco diversi fattori, come la predilezione per certi fenomeni regionali nella letteratura italiana che ai tedeschi piacciono molto. Accabadora (Deutsch v. J. Brandestini, Wagenbach, 2010) è stato accolto benissimo. Un caso analogo è quello di Donatella Di Pietrantonio: sono voci che esercitano un grande richiamo perché rappresentano un’immagine dell’Italia che a sua volta può coincidere con la particolare nostalgia tedesca per il Bel Paese. Personalmente mi interessano molto anche i romanzi che invece rompono con questa modalità di ricezione e mostrano il lato oscuro, spietato, il costo sociale da scontare quando strutture semi-criminali infiltrano la società. Con Gli affamati (Die Hungrigen, Deutsch v. M. Hallmannsecker, Rauch, 2022) Mattia Insolia ha ambientato nella sua Sicilia un libro durissimo, anche sulla brutalità in famiglia. In una linea originale vedo anche Bambino di Marco Balzano (Deutsch v. P. Klöss, Diogenes, 2026). In una recente trasmissione radiofonica sul fascismo nella letteratura, l’ho affiancato agli M di Scurati. Ambientato a Trieste, è un romanzo sul fascismo che Balzano racconta nella prospettiva del colpevole. Un libro agile di uno scrittore già apprezzato per il suo romanzo sull’Alto Adige, Io resto qui (Ich bleibe hier, Deutsch v. P.Klöss, Diogenes ,2024).
Il ‘regionale’ sembra spesso riferirsi al solo Sud. Il Nord, per esempio il Veneto, con un autore come Vitaliano Trevisan, resta piuttosto ignorato.
È vero, c’è una lacuna, penso anche a Michele Mari. Accade spesso con la letteratura tradotta: l’autore e la sua opera entrano con una seconda voce in un diverso sistema letterario che se ne appropria in base al suo orizzonte di attesa. In Germania funziona ancora la nostalgia di goethiana memoria per il paese dove fioriscono i limoni. Ma è importante anche la strategia di mercato degli editori. Per imporre figure come Trevisan o Mari occorre l’impegno di una casa editrice consolidata, disposta a investire molto, a cominciare da una buona traduzione. E poi l’autore deve essere promosso, sostenuto nel tempo. Non è un’impresa facile quando, come oggi, la qualità letteraria di per sé pare meno apprezzata. Ed è un’impresa ancora più ardua quando un libro e il suo autore non corrispondono alle attese che – lo dico sbrigativamente – sono folclore, mandolino, pizza, sole, Sud. Anche questo spiega il successo di Ferrante che racconta sì la storia della società italiana, ma nel Sud, e affronta temi come la famiglia e i rapporti problematici al suo interno che continuano a essere collegati a una certa immagine dell’Italia.
Qualche esempio di libri italiani notevoli apparsi in tedesco, ma estranei alla tipica nostalgia tedesca?
Mi è piaciuto molto il romanzo di Chiara Valerio Chi dice e chi tace (Sellerio, 2024) ma temo che qui gli altri suoi romanzi non vengano tanto ben compresi. Il tempo materiale (Die Glasfresser, Deutsch v. U.Hartmann Deutsche Verlags-Anstalt, 2011) di Giorgio Vasta, un libro originalissimo sugli anni ’70, è un altro caso significativo. Tre undicenni a Palermo fondano una cellula di terroristi soltanto perché il terrore – le Brigate Rosse e il sequestro Moro – è nell’aria. Avrebbe meritato una grande accoglienza. Penso poi ai romanzi di Domenico Starnone – Lacci è un autentico dono per il lettore. Libri raffinatissimi, con una marcia in più, che Wagenbach fa bene ora a pubblicare nella eccellente traduzione di Martin Hallmannsecker. Spesso hanno fortuna anche classici come Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. Inimmaginabile, sempre di Levi, il successo del suo viaggio in Germania (Die doppelte Nacht. Eine Deutschlandreise im Jahr 1958, Deutsch v. M. Hallmannsecker, Ch. Beck, 2025): è entrato nella lista dei bestseller dopo che Gustav Seibt lo aveva nominato a Natale fra i suoi libri preferiti. Anche la nuova traduzione de La Storia di Elsa Morante (Deutsch v. M.Pflug u. K. Ruschkowski, Wagenbach, 2024) è stata ben accolta. A volte però l’impegno non basta: nonostante la edizione e la traduzione eccellenti, l’ottima Dolores Prato con Giù la piazza non c’è nessuno (Unten auf dem Platz ist niemand, Deutsch v. A. Leube, Hanser, 2024) non ha avuto l’accoglienza che meritava. E sì che poteva anche rientrare nella riscoperta di scrittrici italiane del Novecento come Goliarda Sapienza o Alba De Céspedes. Il Quaderno proibito (Das verbotene Notizbuch, Deutsch v. V.v. Koskull, Insel, 2021) di De Céspedes è un romanzo breve bellissimo. Nel caso di alcune riscoperte si tratta un fenomeno di moda che rimbalza dagli Stati Uniti il cui tramite è sempre Ann Goldstein, la traduttrice in inglese di Ferrante. In Germania Ortese e De Céspedes non sono mai state del tutto assenti, per alcune case editrici si tratta soltanto di procedere a un recupero.
Ci sono oggi affinità tra la narrativa contemporanea italiana e quella tedesca?
L’autofiction è davvero trasversale, tanto più se si guarda a Emmanuel Carrère in Francia. In Italia penso a Città sommersa (2020) (Als mein Vater in den Straßen von Turin verschwand, Deutsch v.J.Schönherr, KiWi, 2024) di Marta Barone che scrive la sua storia e insieme quella del padre, sottaciuta in famiglia. Da noi Judith Hermann indaga sul nonno membro delle SS nella Polonia occupata; Daniela Dröscher (Lügen über meine Mutter, KiWi, 2022) ripercorre il rapporto con la madre. Christian Baron, che può ricordare Édouard Louis, tematizza la sua provenienza da una famiglia sottoproletaria, il tema importante della classe sociale. Ci sono in effetti tanti paralleli in questo tipo di ricerca e riflessione su come si possano raccontare simili esperienze e il loro peso nella propria esistenza.
E le differenze, le discontinuità?
Trovo che in Germania esista ancora un forte rapporto con la tradizione, un confronto intenso con la narrativa classica, anche internazionale, non solo tedesca – basta pensare a Ingo Schulze. Nel caso italiano ho l’impressione che nella generazione più giovane il legame con la tradizione letteraria si sia interrotto, come se Ortese, Moravia o Calvino non fossero più letti, nemmeno Primo Levi. Senza dubbio anche in tedesco appaiono romanzi realizzati con mezzi letterari modest.i In Italia circola una specie di narrativa ingenua, direi semplice, molto simpatica, ma priva di una rilevanza veramente letteraria, scritta senza contatto con una tradizione. A volte si legge come una sceneggiatura televisiva.
Nella editoria di lingua tedesca colpisce il numero e la qualità di romanzi che trovano la loro ragion d’essere, il loro retroterra reale o immaginario in un altrove, spesso l’Europa dell’Est. Romanzi che non si possono ridurre alla categoria peraltro molto discussa di letteratura post-migratoria.
È vero, si tratta di un fenomeno molto consistente in Germania. Un esempio recente: Sabrina Janesch (Sibir, Rowohlt, 2024) ha raccontato una storia fuori dal comune: si svolge a Celle in Bassa Sassonia dove è cresciuta, ma al tempo stesso in Siberia, dove suo padre era stato internato durante la Seconda guerra mondiale. E come non ricordare Emine Sevgi Özdamar e il suo ultimo, splendido romanzo Ein von Schatten begrenzter Raum (Suhrkamp, 2021). Anche Terézia Mora è sempre grandiosa, nel suo tedesco fa risuonare tutta la sua letteratura ungherese. In questo campo, e sempre più negli ultimi dieci anni, credo che la letteratura di lingua tedesca abbia molto da dire.
Dionisotti ci ha fatto capire che la letteratura italiana è policentrica e si legge meglio nello spazio che nel tempo. I saggi Albath si concentrano su topografie ben precise: Trauer und Licht. Lampedusa, Sciascia, Camilleri und die Literatur Siziliens (2019); Rom. Träume. Moravia, Pasolini, Gadda und die Zeit der dolce Vita (2013). Il più recente, Bitteres Blau. Neapel und seine Gesichter (2024) è entrato nella shortlist della saggistica per il Leipziger Buchpreis 2024. Il primo nel 2010 è stato Der Geist von Turin. Pavese, Ginzburg, Einaudi und die Wiedergeburt Italiens nach 1943. Perché questa scelta?
Per ragioni quasi solo autobiografiche: Torino è stata la prima città italiana che ho conosciuto a diciotto anni. Mi colpì molto in uno stesso luogo la combinazione fra industria e avanguardia culturale, fra città operaia ed editoria, e la reciproca frizione che indirettamene si genera. E questo è stato un progetto di futuro, qualcosa che dell’Italia mi ha sempre attratto. L’Italia ha caratteri propri fortissimi, un paese fatto da tanti diversi paesi con tradizioni anche letterarie diverse – una ricchezza enorme. E si avverte sempre una particolare interazione fra una determinata geografia, fatta di esperienze sociali, politiche, storiche, e una letteratura sovraregionale, per così dire alta. In Germania, per tante ragioni, un fenomeno simile non esiste. Questa ricchezza di differenze e come la letteratura sa esprimerla, anche dopo essermene occupata per tanto tempo, continua ad affascinarmi, e continuare a farlo è sempre una grande gioia.
Maria Carolina Foi, Università degli Studi di Trieste foi@units