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10 Novembre 2023

“La musica prima di tutto”.
Intervista a Carole Cavallera

Autore:
Thea Rimini

Da molti anni Carole Cavallera dà voce ai grandi scrittori della letteratura italiana, ma anche della filosofia e della critica letteraria. Da Malaparte a Bevilacqua, da Foa a Chiaromonte, da Tabucchi a Serra. Nonostante la grande esperienza, il racconto delle traduzioni passate e dei progetti futuri trasmette un entusiasmo immutato.

 

 

Com’ è nata la passione per la letteratura italiana?

 

A dire il vero, è più una passione per la letteratura tout court, a prescindere dalla nazionalità. È invece la passione per la traduzione a essere nata in modo inaspettato. Ero appena tornata da una vacanza in Italia, dove avevo letto La polvere sull’erba di Alberto Bevilacqua, e mi stupii che questo bellissimo romanzo non fosse stato tradotto in francese. Ne parlai a Colette Lambrichs e Joachim Vital delle Éditions de la Différence, e mi suggerirono di tradurlo io stessa. Fino a quel momento non avrei mai pensato di diventare traduttrice!
L’aspetto più singolare è che questo regalo è arrivato quando è morto mio padre. Entrambi i miei genitori erano di origine italiana, ma era mio padre a incarnare l’Italia in famiglia. Ho iniziato a tradurre tenendo sulla scrivania una sua foto. È stato lui a darmi la forza di farlo ed è per lui che l’ho fatto.
A scuola, invece, non ho mai studiato l’italiano, perché quella era la lingua della famiglia, la lingua degli affetti, e attraverso la traduzione sono ritornata alle origini. Tradurre La polvere sull’erba è stata un’avventura meravigliosa, un’avventura che continua ad appassionarmi.

 

 

La parte emotiva ha avuto allora un ruolo importante agli inizi della sua carriera di traduttrice…

 

Direi enorme, e continua tuttora. A Nizza, la città in cui sono cresciuta, entrambe le mie nonne parlavano una sorta di “italiano di confine” perché non sono mai riuscite a parlare correttamente il francese. Una si esprimeva in un misto di italiano e francese, l’altra utilizzava una forma di francese piuttosto eccentrica, basata sull’italiano: inventava continuamente nuove parole. Oggi mi rendo conto che queste due lingue, incomprensibili per i miei amici, erano entrambe cariche di poesia. Sono cresciuta con la musica dell’italiano, il suo ritmo, il suo fraseggio. La struttura linguistica dell’italiano era profondamente, intimamente, radicata in me, e l’ho capito quando ho incominciato a tradurre.
Che sia in francese o in italiano, un testo mi colpisce soprattutto per la sua musica ed è proprio questo che mi piace ricreare quando passo da una lingua all’altra. La melodia che l’autore fa sentire al lettore italiano non deve andare persa nella traduzione, anche se ovviamente non sarà la stessa melodia in francese. Le mie doppie radici – intellettualmente sono molto francese, emotivamente sono molto italiana – mi aiutano a preservare questa musica.

 

 

Le sue affermazioni avvalorano la tesi di Meschonnic sull’importanza del “ritmo della traduzione”.

 

Esattamente. E posso passare giorni e giorni su una frase alla ricerca di un’armonia tra le due lingue. A volte addirittura canto le frasi in italiano e subito dopo le mie versioni in francese per trovare la giusta traduzione!

 

 

Nella sua carriera ha tradotto sia autori classici che contemporanei. Quale scrittore le ha richiesto un maggiore impegno?

 

Con Malaparte, per esempio, la sfida è stata immensa, perché i testi che ho tradotto erano inediti e per lo più incompiuti. Ad eccezione de Il compagno di viaggio, gli altri testi, Muss, il grande imbecille, sono work in progress: ci imbattiamo nell’autore mentre sta creando il testo, è vertiginoso, è come se fossimo seduti accanto a Malaparte mentre scrive. Talvolta ho avuto persino l’impressione di essere un voyeur, di entrare nella sua intimità. Ciò che più mi affascina è cogliere il meccanismo della scrittura e in questo caso sono stata esaudita. Con Malaparte è la parola a guidare il pensiero.

 

 

Immagino che non sia facile tradurre questo meccanismo…

 

I redattori della Table ronde, che hanno pubblicato i testi di Malaparte, mi hanno chiesto di dargli un aspetto più compiuto, di eliminare questa sorta di cerchio intorno alle parole che alla fine risulta ripetitivo. Così ho cercato di allentare il meccanismo per evitare ogni difficoltà al lettore francese. All’inizio è stato doloroso perché mi sembrava di tradire Malaparte, ma credo che avessero ragione: lui stesso aveva intenzione di rielaborare i pamphlet.

 

 

E le difficoltà con gli altri autori?

 

Come tutti i traduttori, ho dovuto spesso fare i conti con l’uso del dialetto, in particolare quello di Piero Jahier, e con la polifonia che produce in italiano. È difficile da riprodurre in una lingua così “giacobina” come il francese. Spesso sono tentata di usare regionalismi francesi del Sud che mi sono molto familiari e che suonerebbero perfettamente, ma il più delle volte resisto mettendomi nei panni di un lettore di Parigi o di Lille.
In un campo completamente diverso, anche i saggi, i testi teorici o filosofici, come quelli di Nicola Chiaromonte o di Vittorio Foa, hanno presentato delle difficoltà. La scrittura filosofica italiana è spesso più tedesca che francese, con frasi molto complesse. La sfida è allora quella di inserire la complessità di questa progressione in un “giardino alla francese”.

 

 

Ma tradurre lo squilibrio in equilibrio non significa tradire il testo di partenza?

 

Proprio così, la difficoltà sta nell’evitare scelte semplificatorie che snaturerebbero la costruzione del pensiero; io lavoro essenzialmente sulla sintassi e sulla punteggiatura sperando che illuminino le zone d’ombra, o almeno le segnalino come lanterne.
E poi, in filosofia, c’è la necessità di assicurarsi che l’uso di questa o quella parola non alteri il significato più profondo né cancelli il riferimento implicito a un altro autore; ho sempre paura di non cogliere un’intertestualità e così questo tipo di traduzione è molto più meditata e richiede tanta ricerca. Quando un autore si rifà a uno dei suoi predecessori, cerco di evidenziare questo legame anche nella traduzione, in modo che il lettore francese più avvertito possa rintracciare la genealogia intellettuale.
Un procedimento simile si ritrova a volte anche nella traduzione letteraria, ma è più raro o più visibile. Insomma, le sfide che questi due generi lanciano al traduttore sono una vera e propria ginnastica mentale.

 

 

Lei ha sottolineato l’importanza della musica della traduzione. Pensa che si possa insegnare come riconoscerla ai futuri traduttori? E in generale cosa pensa delle scuole di traduzione?

 

Sono molto curiosa nei confronti delle scuole di traduzione e mi chiedo cosa insegnino. Certo, se esistono corsi per imparare a scrivere, possono esistere anche corsi per imparare a tradurre…Devo però ammettere che, in entrambi i casi, non so come si possa acquisire questo tipo di conoscenza.

 

 

Ha incontrato qualcuno degli autori viventi che ha tradotto?

 

Ho avuto la fortuna di conoscere Alberto Bevilacqua e di discutere con lui della traduzione grazie alla sua ottima conoscenza del francese. Ho lavorato poi spesso con Maurizio Serra: essendo lui perfettamente bilingue, direi che è stata più una collaborazione che una traduzione. Ci scambiavamo dieci mail al giorno per una frase o una parola. Inoltre, Serra modifica i saggi già pubblicati in italiano per il pubblico francese, lo fa prima della traduzione e a volte anche durante! Conosce in modo mirabile la letteratura francese, il che lo porta ad avere un linguaggio (uno stile) molto letterario, e mi suggerisce termini spesso rari, a volte obsoleti. Siamo arrivati a volte a dei veri e propri bracci di ferro – ma sempre amichevoli, vi assicuro.
In ogni caso, vivi o morti che siano, parlo sempre con gli autori. Per fortuna posso lavorare a casa e non in biblioteca: di solito la traduzione, come il lavoro creativo, è un processo silenzioso, mentre io parlo con l’autore che sto traducendo, commento le sue scelte e l’effetto che ricerca. Questo è un altro aspetto che amo della traduzione: nessuna analisi letteraria mi ha mai permesso di andare così in profondità nella comprensione dello stile e del ritmo di un autore…

 

 

Come sceglie i testi da tradurre? È Lei a suggerirli agli editori?

 

Dipende. Per molto tempo ho proposto io stessa i testi. Qualche anno fa, ho suggerito a Le Serpent à plumes un autore, Giancarlo Fusco (Mussolini et les femmes, 2010), divertente e graffiante, ma che purtroppo non ha avuto molto successo in Francia. Per la collana “Cahiers de l’Hôtel de Galliffet”, è Paolo Grossi che mi propone le traduzioni, e spesso sono delle perle. Purtroppo il mio lavoro di insegnante è diventato talmente impegnativo che non ho abbastanza tempo per trovare gli autori che vorrei tradurre. Non vedo l’ora di potermi, in futuro, dedicare completamente alla traduzione.

 

 

Nel 2023, l’Italia è stata il paese ospite al Salon du livre di Parigi. Come va la letteratura italiana in Francia?

 

Siamo finalmente usciti dal periodo in cui il mercato era monopolizzato dai romanzi noir, come se tutta la produzione letteraria italiana si riducesse a questo genere. Il Salon du Livre è stata l’occasione per mostrare la varietà della creazione letteraria italiana, anche se con qualche attenzione di troppo alle mode. Tuttavia, è sempre deplorevole che i dati di vendita determinino le traduzioni.

 

 

Nel processo di traduzione, la revisione è una fase molto importante, ma questo ruolo sta scomparendo nelle case editrici. Qual è la sua esperienza in merito?

 

Per la collana dei “Cahiers de l’Hôtel de Galliffet” è Paolo Grossi, con il suo occhio estremamente attento e rispettoso, a svolgere questo compito. Alle Éditions de la Différence ho conosciuto una donna straordinaria che, pur senza conoscere l’italiano, era in grado di cogliere il tono di un libro; le sue perplessità su alcuni passaggi che avevo tradotto erano sempre pertinenti: qualcosa poteva essere migliorato, non tanto nella frase in francese quanto nella fedeltà al testo originale. È straordinario che questo succeda a chi entra in un libro attraverso la porta che solo noi gli abbiamo aperto.

 

 

Oggi si parla molto di traduzione automatica neurale. Pensa che i traduttori letterari saranno in grado di trarre vantaggio da questi strumenti o ne saranno minacciati?

 

La professione del traduttore non è sempre valorizzata e credo che questo peggiorerà con i software di traduzione. Li ho provati con degli articoli di giornale: realizzano rapidamente una prima versione, che certo non è molto elegante, quando non traballante o sbagliata (anche se in futuro lo sarà sempre meno), però sono pratici.
Poi mi sono divertita a fare la stessa cosa con dei brani letterari, e il risultato è stato assolutamente straordinario. È il lavoro di un traduttore surrealista!
Questi strumenti sono refrattari allo stile, al linguaggio creativo e poetico, al linguaggio che va oltre l’uso comune, e che è l’unico linguaggio che per me conta in letteratura. Voglio credere che non saranno mai in grado di ascoltare una musica o di vedere un paesaggio. Spesso andavo nei luoghi in cui erano ambientati i romanzi che traducevo. Ricordo un viaggio a Trieste per avvicinarmi a Voghera, un altro nella pianura padana per Bevilacqua; mi sono aggirata per il carcere di San Vittore a Milano quando stavo traducendo La Pasqua rossa. Vedere ciò che l’autore ha visto mi aiuta a “decentrarmi”, mi porta verso l’atmosfera della sua frase. Bisogna respirare con l’autore che si sta traducendo e non posso immaginare che un’intelligenza artificiale sia in grado di farlo.

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