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4 Aprile 2024

Paolo Volponi in altre lingue

Autore:
Richard Dixon

Richard Dixon vive e lavora in Italia. Ha tradotto opere di Giacomo Leopardi, Carlo Emilio Gadda, Umberto Eco, Roberto Calasso, Paolo Volponi, Stefano Massini, Marcello Fois, Adrián N. Bravi e Gianni Solla. La sua traduzione di La macchina mondiale di Paolo Volponi sarà pubblicata a maggio da Seagull Books e University of Chicago Books con il titolo The World Machine.

 

 

 

I romanzi di Paolo Volponi raccontano la povertà rurale dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, il passaggio dalla campagna alla città e gli effetti alienanti della rapida espansione industriale. Ma per il lettore di oggi sembrano anche guardare oltre, verso le crisi globali di oggi e i problemi della vita e del lavoro nella società post-industriale.

Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Volponi, avvenuta a Urbino il 6 febbraio 1924, e tra le manifestazioni in programma nel corso dell’anno vi sarà una mostra, aperta fino al 31 dicembre presso la Fondazione Carlo e Marise Bo, dedicata in parte proprio alle opere di Volponi in traduzione, in cui saranno esposte le copertine dei libri e la corrispondenza con i suoi traduttori.

Volponi ottenne il suo primo successo come poeta con Le porte dell’Appennino, per il quale vinse il Premio Viareggio nel 1960. I suoi otto romanzi sono tutti caratterizzati da uno stile fortemente poetico.

Dal 1956 fino ai primi anni Settanta Volponi fu responsabile dei servizi sociali della Olivetti di Ivrea, un’esperienza che ebbe un impatto significativo sul suo pensiero e sulla sua scrittura.

Il suo primo romanzo, Memoriale, pubblicato nel 1962 e ambientato in una grande industria del Nord Italia, ha come protagonista un operaio, Albino Saluggia, che sperimenta l’alienazione della moderna vita di fabbrica. Due anni dopo appaiono le traduzioni in inglese (My Troubles Began, trad. Belén Sevareid, Grossman, New York), in francese (Pauvre Albino, trad. Maurice Javion, Grasset) e in tedesco (Ich, der Unterzeichnete, trad. Piero Rismondo, S. Fischer Verlag, Francoforte, 1964). In Spagna, il traduttore di Volponi, il celebre scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán, dovette lavorare dalla cella del carcere di Lérida, dove un tribunale lo aveva condannato a scontare tre anni per il suo coinvolgimento in uno sciopero a sostegno dei minatori delle Asturie. Il 19 novembre 1963, Volponi gli scrisse:

 

 

Caro Manuel Vázquez Montalbán,

ho letto su un giornale che Lei ha tradotto in spagnolo per le Edizioni Seix Barral il mio romanzo Memoriale, mentre era imprigionato a Lérida per amore del suo Popolo e della libertà.

Sono stato commosso da questa notizia e ho sentito il peso della responsabilità di scrivere, cosa che in una società come la nostra molto spesso si perde a causa del peso degli impegni, dei compromessi, delle pressioni sociali, delle bambizioni, ecc.

 

Montalbán completò la traduzione con Salvador Clotas e Memoriale fu pubblicato dall’Editorial Seix Barral di Barcellona nel 1964.;Altre traduzioni di Memoriale sono apparse verso la fine degli anni Sessanta in polacco (Pamiętnik albina, trad. Wanda Gall, PIW, Varsavia, 1967), in serbo (Meмopиjaл, trad. Bakotiħ-Mijuškoviħ, Srpska književna zadruga, Belgrado, 1968) e giapponese

(『メモリアーレ』, trad. A. Okubo, Shōraisha, Kyoto, 1969). La traduzione inglese di Belén Sevareid è stata ripubblicata anche in Gran Bretagna con il titolo The Memorandum da Marion Boyars, Londra, 1967).

Con il suo secondo romanzo, La macchina mondiale, pubblicato nel 1965, Volponi vinse il primo dei suoi due premi Strega. La storia racconta il declino e la caduta di un filosofo contadino autodidatta che crede che gli uomini siano macchine costruite da altre macchine e che l’umanità arriverà a costruire macchine sempre più potenti attraverso le quali il mondo sarà liberato. Il romanzo è stato tradotto in inglese (The Worldwide Machine, trans. Belén Sevareid, Grossman, New York 1967, e Calder and Boyars, Londra, 1969), in tedesco (Die Weltmaschine, trans. Gerhard Fasterding, S. Fischer Verlag, Francoforte, 1966, e Piper Verlag, Monaco, 1987) e francese (Le Système d’Anteo Crocioni, tr. M. Javion, Grasset, 1969). Altre traduzioni sono apparse in rumeno (Maşinăria universului, trans. Andrei Benedek, Colecţia Meridiane, Bucarest, 1966), serbo (Светска машина, trad. Ivan Klajn, Edizioni Protsveta, Belgrado, 1967), ceco (Světa Stroj, trad. Zdeněk Digrin, Odeon, Praga, 1968) e giapponese (『アンテオの世界』,K. Chigusa, Hayakawa Shobo, Tachō, 1969). La traduzione tedesca di Gerhard Fasterding è stata ripubblicata da S. Fischer Verlag, Francoforte, nel 2016, e la mia traduzione, The World Machine, sarà pubblicata da Seagull Books e The University of Chicago Press nel maggio 2024.

Il terzo romanzo di Volponi, Corporale (1974), affronta la minaccia della catastrofe nucleare ed è stato tradotto in francese da Michel Sager con il titolo Corporel (Robert Laffont,1975).

Il sipario ducale (1975), con il quale Volponi ha vinto il secondo premio Viareggio, è ambientato nel cupo contesto dell’attentato di Piazza Fontana a Milano nel 1969 ed è stato tradotto in francese (Le duc et l’anarchiste, tr. Michel Sager, Robert Laffont, 1978), in ceco (Vévodská opona, trad. Josef Hajný, Jiskry, Praga, 1979), in svedese (Den hertigliga ridån, trad. Agneta Lundström, Legenda, Stoccolma, 1989) e in inglese (Last Act in Urbino, trad. Peter Pedroni, Italica Press, New York, 1995).

Per il suo quinto romanzo, Il pianeta irritabile (1978), Volponi si proietta avanti nel tempo fino all’anno 2293, dove quattro creature – un babbuino, un elefante, un’oca e un nano – emergono dalle ceneri di un’esplosione atomica e intraprendono un viaggio alla ricerca di un’improbabile salvezza in un nuovo universo. Ne sono state pubblicate due traduzioni: in francese (La planète irritable, trad. Louis Bonalumi, Flammarion, 1991) e in giapponese (『怒りの惑星』, trad. Isao Waki, Shōraisha, Kyoto, 1985). È interessante notare che il terzo traduttore giapponese di Volponi, Isao Waki (1936-2017), ha insegnato all’Università Poole Gakuin di Osaka, dopo aver studiato all’Università di Roma tra il 1968 e il 1980, e nella sua lunga carriera ha tradotto Niccolò Machiavelli, Ludovico Ariosto, Giacomo Leopardi, Alberto Moravia, Primo Levi, Luigi Pirandello, Gabrielle D’Annunzio, Giuseppe Lampedusa, Italo Calvino e Dino Buzzati.

Il lanciatore di giavellotto (1981), ambientato nell’Italia fascista degli anni Trenta, è la storia di un adolescente ed è forse il più autobiografico dei romanzi di Volponi. È stato tradotto in olandese (De speerwerper, trans. Thea Klok e Hanneke Los, Meulenhoff Editie, Amsterdam, 1984), in tedesco (Der speerwerfer, traduzione di Barbara Kleiner, Piper Verlag, Monaco, 1988) e in francese (Le Lanceur de javelot, trad. Jean-Marie Laclavetine, 1991). La mia traduzione inglese, The Javelin Thrower, è stata pubblicata da Seagull Books e The University of Chicago Press nel 2019.

Le mosche del capitale (1989) ripercorre l’ascesa e la caduta di un capitano d’industria ed è stato tradotto in spagnolo con il titolo Las moscas del capital, trans. Juan Manuel Salmerón Arjona, Editorial Sexto Piso, Madrid, 2015.

L’ultimo romanzo di Volponi, La strada per Roma, è rimasto in un cassetto per quasi trent’anni prima della sua pubblicazione nel 1991. Racconta la storia di un giovane che vuole lasciare l’ambiente provinciale di Urbino per andare a vivere a Roma. Con questo libro Volponi vinse per la seconda volta il Premio Strega, un risultato eguagliato solo da Sandro Veronesi nel 2020. Il romanzo è stato tradotto in tedesco da Maja Pflug e Miriam Houtermans con il titolo Ich seh dich unter den Arkaden e pubblicato da Europa Verlag, Vienna, nel 1994.

In totale, i suoi romanzi sono stati tradotti in dodici lingue.

Traduzioni della poesia di Volponi sono apparse in inglese (From Pure Silence to Impure Dialogue: a survey of post-war Italian poetry 1945-1965, a cura e traduzione di Vittoria Bradshaw, Las Americas, New York 1971), in francese (Écrivains italiens d’aujourd’hui, Les Lettres Nouvelles, vol. 3, dicembre 1976) e in ceco (Přerušený Ráj. Moderní Italská Poezie, a cura di Vladmir Mikeš e Miloslav Fulín, Československý Spisovatel, Praga, 1967).

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