Il sito è in lavorazione. Ci scusiamo di eventuali inconvenienti.

Il libro italiano nel mondo

ApprofondimentiInchieste

La letteratura italiana sta diventando più internazionale?

03/04/2022

La letteratura italiana sta diventando più internazionale?

a cura di Laura Pugno per https://italiana.esteri.it/italiana/ 

1. La letteratura italiana sta diventando più internazionale? Se sì, in che senso, e con quali conseguenze? Se no, per quali ragioni? Sia che si legga questa domanda nel senso della sempre crescente diffusione del libro italiano all’estero, sia che la si interpreti, con diverso sentire, sul versante dell’identità letteraria, nell’epoca della globalizzazione e della digitalizzazione, e in vista degli appuntamenti internazionali del Salone du Livre di Parigi e della Buchmesse di Francoforte che rispettivamente nel 2023 e nel 2024 attendono la nostra editoria, di certo questo è un quesito da porsi, in modo neutro e oggettivo, rispettando tutti i punti di vista. E da porre a chi lavora quotidianamente con il libro italiano: libraie e librai italiani, qui in Germania, Francia e Italia, ma anche scrittori e storici della lingua. Nasce così questo dossier. In questa prima parte, rispondono: dalla Germania e più in particolare da Monaco, Elisabetta Cavanidella Libreria italiana Ital Libri, attivissima realtà che esiste dal 1990 e che da qualche anno organizza anche il festival letterario ILFest: e dalla Francia, Cristiano Pelagatti, presidente della Libreria associativa Lucciola Vagabonda, che svolge numerose attività con autori italiani ospiti e collabora con i festival Le printemps italien e Italissimo a Lione. Risponde per prima, e inquadra la questione da molteplici punti di vista, Elisabetta Cavani: “La letteratura italiana sta diventando più internazionale? Dipende da cosa intendiamo. Se la domanda è se si traduca più letteratura italiana, per quanto riguarda il mercato di lingua tedesca non direi… È vero che le novità italiane vengono tradotte in tempi più ravvicinati che in passato, anche autori/autrici di ultima generazione, non solo di romanzi ma di graphic novel, di saggi non solo di arte e di storia ma anche di divulgazione scientifica. Però, nonostante il lavoro di case editrici indipendenti come Folio o Wagenbach, oppure piccole intrepide nate da poco, come Nonsoloverlag o Edition Converso, c’è ancora bisogno di (far) tradurre di più e di aumentare le occasioni di visibilità, sostenendo e facendo crescere iniziative come i vari festival di letteratura italiana che stanno nascendo nel mondo, oltre a Parigi, Londra, Monaco di Baviera, Boston, Toronto e ora Vienna, magari associandovi una sorta di Fiera del libro italiano. Dipende poi anche da che cosa viene tradotto – per le scrittrici c’è la rincorsa alla nuova Ferrante, persino nel riproporre autrici del passato come Alba De Cespedes…Poi, Berlino e la Germania dopo il crollo del Muro sono diventate meta di viaggio e esperienza, non solo di emigrazione, e la maggiore mobilità degli autori delle ultime generazioni si riflette anche nelle loro opere. Ci sono anche autori come Luca di Fulvio o Francesca Melandri che in Germania, hanno più successo perché il pubblico che ha più dimestichezza con i loro temi o con il genere. Inoltre, negli ultimi anni ho rilevato alcuni romanzi italiani ambientati in Germania con protagonisti tedeschi o comunque legati alla storia tedesca, di autori come Rosella Postorino, Helena Janeczek, Giuseppe Culicchia, e ora Maddalena Fingerle, anche se non sono tanti quanti i romanzi autori tedeschi ambientati in Italia… Se infine ci chiediamo se autori ed autrici italiani siano divenuti più esportabili per via di una scrittura più vicina alle serie, più filmabile, probabilmente sì. Di contro, esistono eccezioni con una lingua impegnativa da tradurre come Remo Rapino, Vita di Bonfiglio Liborio, che esce ora in tedesco dall’editore svizzero Kein&Aber.” Rispondere alla domanda che questo dossier tenta di porre sull’internazionalizzazione della letteratura italiana è, sottolinea Cristiano Pelagatti, tentare “una sintesi su un tema immenso. Eppure, se anche “gli elementi che hanno reso la letteratura italiana di oggi ‘internazionale’ sono numerosi, c’è una parola che potrebbe riassumerli, ed è ‘engagement’, la scelta di un realismo sociale e politico, di una riflessione sulla Storia, sulla vita ordinaria e quotidiana e sulla scomposizione dei modelli tradizionali”. E quindi, quali sono, rispetto alla diffusione all’estero di una letteratura italiana che potremmo tornare a chiamare “dell’impegno”, anche se in modo completamente nuovo rispetto a qualche decennio fa, le conseguenze dirette? Secondo Cristiano Pelagatti, ci troviamo davanti “all’affermazione progressiva di una narrazione non ‘fictionnelle’, fortemente alimentata dalla realtà socio-culturale del presente. Potremmo parlare di narrazione ibrida, di ‘nuovo’ realismo che associa la vivacità di uno stile quasi giornalistico alle tecniche classiche del romanzo. “ Finisce qui la prima parte di questo dossier. Nella prossima puntata, spostando il punto di vista, cercheremo risposte dalle libraie e dai librai in Italia.

2. Riprende il nostro dossier sui percorsi di internazionalizzazione della letteratura italiana. Dopo aver raccolto i pareri, nella prima puntata, di Elisabetta Cavani della Libreria italiana Ital Libri di Monaco, e di Cristiano Pelagatti, presidente della Libreria associativa Lucciola Vagabonda, a Lione, torniamo ora in Italia. Ascoltiamo la voce di Fabrizio Lombardo, direttore operativo delle Librerie Coop, e poeta. Alla domanda La letteratura italiana sta diventando più internazionale? Se sì, in che senso, e con quali conseguenze? Se no, per quali ragioni?, Fabrizio Lombardo risponde: “Mi pare in atto effettivamente una trasformazione che sta portando la letteratura italiana, forse meglio dire l’editoria italiana, ad essere più internazionale. Non c’è dubbio che questo stia avvenendo in una logica di standardizzazione, di omologazione, rispetto a modelli letterari legati più al mercato che all’effettiva qualità e ricerca, distanti dai modelli culturali che rendevano la letteratura italiana memorabile e storicamente imitabile (penso personalità come Calvino, Eco). Questa trasformazione è, a mio parere, resa più facile e veloce grazie alla circuitazione che avviene attraverso i canali social, la comunicazione istantanea, la possibilità di leggere anche senza traduzione cosa arriva dall’estero e replicarlo, inserendosi in trend culturali ed emotivi che coinvolgono il pubblico in modo planetario. A questo, che fa da cornice storica a ogni attività contemporanea, si innestano anche alcuni aspetti interni alla filiera che in questi ultimi anni hanno reso il terreno fertile e adatto ad un cambiamento che ha coinvolto prima il mercato italiano riverberandosi verso quello internazionale. È evidente che, per come si è mosso ed evoluto il mercato negli ultimi anni, portando le vendite dei libri in una direzione di massima orizzontalità, con novità che hanno poca resistenza e vita a scaffale, mentre a farla da padrona sono il catalogo e la coda lunga dei titoli promossi dal passa parola e dai social, ha generato dei ragionamenti che prima erano meno presenti, ha scombinato gli equilibri editoriali che si erano consolidati e forse un poco inceppati. Se infatti si è assistito, da un lato, ad un processo che ha portato ad una crescita nella produzione e nella visibilità anche in termini di vendite dagli editori indipendenti, che sono stati una grande palestra, un serbatoio di voci nuove, di ricambio generazionale, dall’altro ha innescato il lento ma inesorabile movimento dei grandi gruppi editoriali verso la ricerca di quegli autori per portarli sotto i propri marchi. (Da qui anche il rischio standardizzazione). Complessivamente questo fenomeno ha modificato il peso anche dei cataloghi dei grandi editori, rendendoli dinamici, più interessanti, anche per un mercato estero, lasciando comunque spazio in libreria alle nuove voci che arrivavano comunque dalla media editoria indipendente ampliando complessivamente lo spettro di letture per il pubblico allargato. Ed è questo l’altro aspetto da analizzare, quello legato alla crescita del mercato, del pubblico. Un fenomeno che si è generato grazie all’enorme lavoro fatto dalle librerie sia indipendenti che di catena (con modalità diverse, ma a ben vedere consonanti) ma anche dall’enorme crescita del mercato on line, e, in parallelo, grazie a quanto è stato fatto dal governo a sostegno dell’editoria e delle librerie ma anche per promuovere la lettura in questi ultimi anni e nello specifico nei due anni di pandemia. Tutto questo, complessivamente, ha messo in movimento l’editoria italiana, che era ferma da parecchi tempo, l’ha resa più dinamica sia in termini di mercato, di pubblico, di produzione, ed è questo dinamismo che, credo, venga premiato anche a livello internazionale, europeo. Prova ne sono gli inviti, all’Italia ad essere paese ospite, nei prossimi anni, al Salone di Parigi nel 2023, e al Salone di Francoforte nel 2024. Un discorso a parte deve essere fatto per l’editoria per l’infanzia che, da sempre, è stata un passo avanti rispetto al resto del settore, sempre ammirata e osservata a livello internazionale, certamente anche grazie al grandissimo lavoro di ricerca e promozione che da quasi sessant’anni porta avanti la fiera di Bologna Children’s Book Fair.” Interessante vedere come per certi aspetti converga sulle stesse conclusioni di Fabrizio Lombardo la voce critica di Fabio Masi, libraio indipendente creatore della libreria editrice Ultima Spiaggia sull’isola di Ventotene e a Camogli, che di recente ha ricevuto il Premio per librai “Silvana e Luciano Mauri” della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri. Risponde alla nostra domanda Fabio Masi: “Credo anche in letteratura ci sia in atto una certa omologazione agli standard internazionali “più facili”, con una scrittura che tende più al successo editoriale che alla ricerca e al desiderio di affermarsi attraverso percorsi alternativi e originali. L’epoca nella quale viviamo incide profondamente nell’immaginario degli scrittori e nelle scelte di editori e lettori, appiattendo le diversità e rendendo più faticoso il percorso di chi abbia voglia di provare ad innovare. A mio avviso mancano spazi e risorse che diano sostegno alle nuove e differenti voci della letteratura, a partire da una nuova e diffusa rete di librerie indipendenti in Italia. Unica eccezione mi sembra essere rappresentata dall’editoria per l’infanzia.

3. Nella seconda parte di questo dossier, che cerca di rispondere, in modo neutro e obiettivo, alla domanda La letteratura italiana sta diventando più internazionale? Se sì, in che senso, e con quali conseguenze? Se no, per quali ragioni?una menzione d’onore è stata assegnata, sia da Fabrizio Lombardo, direttore operativo delle Librerie Coop, che da Fabio Masi, libraio indipendente a Ventotene e a Camogli, alla letteratura per l’infanzia; mentre nella prima parte Elisabetta Cavani, libraia italiana a Monaco, ha sottolineato la crescente presenza in libreria di testi italiani di divulgazione scientifica in traduzione. A questo punto, ci sembra interessante andare a scoprire il punto di vista della libraia romana Silvia Dionisi, che oltre a essere titolare insieme ad Andrea Petrini della libreria indipendente L’altracittà in via Paviaè diventata recentemente – in pandemia – editrice per bambini ed adulti con il marchio L’Altracittà Media e Arti, esordendo tra gli scaffali con “Zelda Mezzacoda” del giornalista Filippo Golia, illustrato da Valentina Marino. Alla nostra domanda, Silvia Dionisi risponde: “Non credo che le scritture di autori italiani stiano diventando più internazionali. Posso solo fare delle riflessioni sparse e raccontare ciò che osservo in libreria nel mio lavoro quotidiano. Mi pare che gli editori italiani pubblichino di preferenza autori stranieri, puntando con continuità solo su qualche nome forte e facilmente esportabile perché “fortemente” italiano. Mi vengono in mente alcune parole chiave. La parola territorio. In linea di massima mi sembra un buon momento per i libri che hanno un’ambientazione geografica chiara. Questo succede soprattutto nella scrittura di genere giallo-noir, o nelle ricostruzioni di saghe familiari. Interessano sia i lettori italiani sia lettori stranieri, almeno quelli che entrano in libreria e che leggono in italiano. Questi “confini” raccontano un’Italia più o meno ideale e a parer mio facilmente esportabile. Creano un paesaggio autentico o verosimile che riflette l’immagine che dell’Italia hanno all’estero. Di qui i casi Andrea Camilleri ed Elena Ferrante.Una seconda parola chiave potrebbe essere immagine. A fare numero e a destare attenzione sono quei titoli e quegli autori che si fanno serie tv o pellicole cinematografiche. La traduzione delle scritture in immagine è sicuramente un veicolo che sta favorendo il superamento dei confini territoriali. Il recente caso di Zerocalcare. E di nuovo Elena Ferrante e Andrea Camilleri (le cui vendite peraltro sembrano assopite). Anche i lettori preferiscono leggere autori stranieri, è un modo di conoscere ciò che è altrove. La nostra libreria ha poi la fortuna di accogliere alcuni lettori stranieri residenti in Italia per percorsi di studio, di ricerca o professionali, per lo più francofoni. Sono appassionati di autori ormai classici della nostra letteratura. Elsa Morante, Umberto Eco, Italo Calvino, Pasolini, e ancora apprezzano l’impegno di Erri de Luca, Roberto Saviano” e torna, quindi, nelle parole di Silvia Dionisi, il tema dell’impegno che avevamo già visto evocato da Cristiano Pelagatti, libraio italiano a Lione. “Paradossalmente” prosegue Silvia Dionisi “la forza delle scritture italiane esportabili all’estero è data dall’enfasi che si pone sull’italianità. Mi pare che le voci italiane si facciano più internazionali addirittura enfatizzando il carattere territoriale e la tipicità tutta italiana. Il marchio Italia rende internazionali, in termini di mercato.” E per quanto riguarda l’editoria per ragazzi? “Un mondo a parte”, conclude Dionisi. “Ho idea che gli editori si dedichino soprattutto a tradurre grandi autori internazionali. Andrebbero comunque fatte delle distinzioni per fasce d’età. Per ciò che riguarda la mia esperienza sulla fascia d’età 0-6 e 7-10 anni ci sono sporadici casi di autori italiani che valicano i nostri confini. Altre volte succede che autori italiani si affermino prima all’estero che in Italia. Una menzione speciale meritano gli illustratori italiani che invece sono molto apprezzati e riconosciuti all’estero. L’Italia riceve molti riconoscimenti soprattutto per la qualità del prodotto realizzato, per la manifattura editoriale. Come a dire che la creatività e il senso del bello sono un punto di forza del nostro paese anche nella produzione di libri per l’infanzia. Ed è questo che li rende internazionali: non perché traducibili all’estero perché belli da vedere e da possedere.” Chiudiamo questa terza puntata sui percorsi di internazionalizzazione della letteratura italiana con una riflessione di segno opposto, sui lieviti e sugli enzimi che vengono immessi nel sistema letterario ed editoriale italiano grazie al lavoro delle case editrici indipendenti e non e di traduttrici e traduttori, interpellando un’altra libraia romana, Nicoletta Frasca della Libreria Tomo, nel quartiere universitario di San Lorenzo, che ha una tradizione di attenzione al mondo scientifico – ricordiamo le parole di Elisabetta Cavani – facilitato anche dalla presenza del vicino Ateneo, la Sapienza Università di Roma: “Il mio punto di vista è quello di direttrice di una libreria di quartiere indipendente romana di media grandezza. Abbiamo notato un certo impegno da parte degli editori indipendenti italiani a cercare, quindi tradurre e pubblicare in Italia, mescolanze sperimentali di diversi generi letterari. Abbiamo visto saggi sull’ambiente misti a romanzi di avventura, come ad esempio Donna vuol dire natura selvaggia, pubblicato da Edizioni di Atlantide. Abbiamo visto gialli misti a noir, ad autofiction, ed è aumentata anche l’attenzione nei confronti della narrativa proveniente da paesi prima poco studiati. Tutta l’area dell’Est Europa per esempio grazie al lavoro di alcune case editrici come Keller per esempio o Sellerio, sta trovando maggiore visibilità in Italia.Per quanto riguarda la divulgazione scientifica, invece, posso dire che, seguendo il sentiero che si è delineato negli ultimi due anni almeno, tra le nuove proposte editoriali da una parte e le richieste dei lettori dall’altra, siamo arrivati alla decisione di inserire in libreria due nuovi settori così da noi denominati: Ecologia e Diritti. Abbiamo potuto in questo modo dare respiro a tutte le pubblicazioni inerenti alle tematiche ambientaliste e alla saggistica più aggiornata sui femminismi, i razzismi, e in generale riguardante approfondimenti su tutti i diritti umani ancora negati. Se una internazionalizzazione c’è stata, dal mio punto di vista, non può che essere questa, credo in senso positivo che questo sia solo un inizio”.

4. Con questa quarta puntata giunge a conclusione il nostro dossier, che cerca di rispondere, in modo neutro e obiettivo, alla domanda: La letteratura italiana sta diventando più internazionale? Se sì, in che senso, e con quali conseguenze? Se no, per quali ragioni? Dopo aver interpellato libraie e librai italiani in Italia, Francia e Germania, spostiamo ora il punto di vista, interrogando due studiosi della lingua italiana che sono anche autori in proprio: Francesca Serafini, che è anche sceneggiatrice di film e serie tv, e Leonardo G. Luccone, scrittore, editor e fondatore di Studio Oblique. Ad entrambi abbiamo chiesto, la letteratura italiana sta diventando più internazionale? E se sì, cosa significa, e cosa comporta? Per Leonardo G. Luccone l’analisi conduce a una critica serrata: “C’è indubbiamente un effetto di trascinamento dovuto al fenomeno Ferrante e pure al successo di alcune serie-tv concepite e girate in Italia. Un altro aspetto positivo è la disponibilità di finanziamenti – ancora esigui – per tradurre i nostri autori all’estero.Cosa comporta? Purtroppo il proliferare di cloni: libri costruiti per inserirsi in un dato filone. Tutto questo sarebbe del tutto normale (è sempre stato così, ed è tipico del mercato) se non infettasse pure gli editori indipendenti o la parte più letterariamente propulsiva dei grandi editori. Insomma, vedo più standardizzazione e meno coraggio: nelle strutture narrative, nello stile, nelle copertine, nei paratesti. È il Grande Gorgo Mediatore che miscela gusti e ambizioni e rimpicciolisce la gamma delle proposte, tagliando gli estremi, ovviamente “. Per Francesca Serafini, “Non saprei fare paragoni col passato (più internazionale rispetto a quando?). Però mi sembra un buon segno in questo senso che non più tardi di quattro anni fa il premio Strega sia stato assegnato a un’autrice come Helena Janeczek le cui opere hanno sguardo e ambientazioni internazionali. E un buon segno anche che autrici come Anilda Ibrahimi o Jhumpa Lahiri abbiano scelto di scrivere in italiano. L’apertura e la contaminazione mi sembrano strade da battere, anche linguisticamente, per cercare qualcosa di nuovo e di artisticamente rilevante rispetto alle esigenze del mercato che per sua natura spinge al conformismo in cerca della garanzia di strade già esplorate. “ A questa domanda ne abbiamo aggiunta un’altra, più tecnica, per entrambi, ovvero, vi sembra che un cambiamento in senso internazionale sia in corso anche per quanto riguarda la sintassi e la punteggiatura, “il sistema nervoso della lingua”, o eventualmente altri aspetti del sistema stilistico e letterario dell’italiano, anche al di là di quelli più evidenti che possono riguardare il lessico? Risponde Leonardo Luccone: “I fenomeni concomitanti sono tanti. Qui, in poche parole, voglio ricordare almeno le seguenti dominanti: l’impatto della lingua delle traduzioni sulla scrittura. A forza di leggere traduzioni mediamente poco curate (e qui si apre un capitolo gigantesco sulla valorizzazione di questo mestiere) la lingua si sta imbastardendo; introietta forme morfosintattiche tipiche dell’inglese e le calca sulla nostra lingua dando vita a orripilanti locuzioni plastificate, che però hanno un potere diffusivo enorme («ho approcciato», «assolutamente», «ho estremamente bisogno di sentirti, puoi capirlo?»). A questo si collega l’uso generalizzato di termini inglesi, specialmente negli ambiti tecnici o vagamente tecnici. In secondo luogo, il depauperamento della sintassi: le scritture sono sempre più paratattiche, con un utilizzo della tavolozza interpuntoria ridotto al minimo; in pratica al solo punto e alla virgola. In verità non è solo un fatto di punteggiata, ma di ristrettezza morfosintattica, lessicale, semantica. La scrittura da fonte è diventata un tubo sordo che rimanda una specie di codice Morse. “ Alla stessa domanda risponde Francesca Serafini: “Ci sono – va premesso – tante eccezioni di rilievo (da Nicola Lagioia a Simona Vinci, per citare almeno due nomi): autori e autrici che lavorano ai propri testi cercando una voce sintatticamente articolata e personale; però mi pare che sia in atto una tendenza alla semplificazione, alla frammentazione del dettato, che risponde più al gusto degli editor che a quello degli autori, e che si va livellando sull’italiano delle traduzioni più asettiche. Poi, naturalmente, non esiste solo una scuola di pensiero nell’editing, né nelle traduzioni, anche perché, come scrive Benjamin, non esiste l’uomo in generale. Per fortuna. “

Alla fine di questa lunga carrellata, che ha messo insieme punti di vista molto diversi, sia costruttivi che critici, la nostra domanda non avrà avuto una sola risposta, fortunatamente; ma di certo, i contorni della domanda si saranno molto precisati, e questo, magari, ci aiuterà a porre in futuro, a noi stessi e ad altri, domande migliori.

Share: