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7 Giugno 2022

Le Lezioni sulla traduzione di Franco Fortini

Tra il 20 e il 23 novembre del 1989 Franco Fortini tiene quattro lezioni sulla traduzione all’Istituto di Filosofia di Napoli. Il poeta è infatti anche traduttore, fin dagli anni della Seconda guerra mondiale, quando, costretto a rifugiarsi in Svizzera per via delle origini ebraiche e delle sue convinzioni politiche, si dedica alla traduzione di poesia. Tornato in Italia dopo la caduta del regime fascista, partecipa attivamente alla vita culturale del paese. Sono anni di grande fermento che vedono la nascita di importanti riviste letterarie come Il Politecnico a cui Fortini collabora non solo come redattore, ma anche come traduttore e revisore di traduzioni altrui.

Nel corso della sua carriera si occuperà di grandi nomi della letteratura europea, come Goethe, Brecht, Baudelaire, Proust, autori che avranno un’influenza determinante sulla sua attività poetica. Alla pratica traduttiva si affianca ben presto la riflessione teorica, alimentata da letture (in particolare, i lavori della scuola di Praga e di Henri Meschonnic), ma basata anche sull’esperienza personale: a partire dagli anni Settanta, Fortini commenta infatti le sue traduzioni in lunghe introduzioni teoriche. 

Queste riflessioni sono all’origine delle Lezioni sulla traduzione, pubblicate nel 2011 da Quodlibet a cura di Maria Vittoria Tirinato, la cui traduzione francese è uscita di recente per la collana “Traductologiques” della casa editrice parigina Les Belles Lettres (Franco Fortini, Leçons sur la traduction, traduit de l’italien par Julien Bal, Irène Bouslama et Lucia Visonà, Parigi, Les Belles Lettres, 2021). Un libro davvero singolare questo volumetto bianco diventato di un bel blu oltremare nell’edizione francese. Infatti, il testo che leggiamo non è stato scritto in vista di un’eventuale pubblicazione. Si tratta invece degli appunti preparatori per le conversazioni napoletane, redatti a computer e conservati nell’archivio del Centro di ricerca Franco Fortini a Siena. Nell’edizione italiana, il testo è corredato da un apparato critico (p. 203-221) che non è presente nella traduzione francese. I traduttori hanno infatti scelto di affrontare le Lezioni come un saggio di traduttologia, integrandole in alcuni punti con le registrazioni del seminario, in cui Fortini presenta le sue teorie in modo spesso più chiaro dei lunghi e fitti periodi dello scritto. 

Le Lezioni sulla traduzione sono un testo denso, ricco di citazioni e riferimenti più o meno espliciti ai maggiori teorici della letteratura. Ma sono anche una storia della traduzione di poesia in Italia dalla fine del Settecento agli anni Ottanta del secolo scorso. L’autore non procede in modo lineare ma alterna pagine teoriche a esempi concreti, fini analisi letterarie e interessanti aneddoti frutto della propria esperienza di traduttore, o per meglio dire di poeta traduttore. 

Nella “Prima lezione”, viene fissato un primo limite cronologico, il XVIII secolo, momento in cui la traduzione smette di “annettere e assimilare il diverso e il lontano” e inizia ad “avvertire il bisogno di restituire (…) le specificità e le diversità (p. 53). Fortini delinea quindi le diverse tendenze che hanno contraddistinto la storia della traduzione italiana in un tentativo di periodizzazione che verrà ripreso anche alla fine del saggio.

Seguono dei lunghi “Addenda” in cui analizza alcune traduzioni di poesia come opere a sé stanti, da valutare in relazione alla produzione del poeta traduttore più che al testo di partenza. Per Fortini il legame con l’originale ha infatti senso solo in una dimensione critica o ermeneutica. Ma la teoria è sempre suscettibile di essere messa in dubbio, le conclusioni sono sempre provvisorie: è lecito quindi chiedersi se non si debba rimettere in discussione l’intera concezione dell’opera centripeta. 

La “Seconda lezione” affronta invece il tema dei compensi nelle traduzioni di poesia. Il riferimento teorico è la scuola di Praga (fin da subito vengono menzionati Tynjanov e Mukařovský). Fortini si concentra soprattutto sulla rima, notando come, nel Novecento, questo tradizionale marcatore di poeticità sia spesso usato in modo contradditorio e divergente nella poesia e nelle traduzioni di poesia. La rima e la metrica sono temi che tornano anche nelle lezioni successive.

La “Terza lezione” propone una storia della traduzione in Italia tra il 1910 e il 1945, periodo contrassegnato da un’intensa produzione di traduzioni di poesia, che spesso riflettono i contemporanei dibattiti e scontri tra diverse concezioni letterarie. Negli anni Venti si apre infatti una nuova era per la traduzione di poesia grazie al lavoro di Giuseppe Ungaretti che avrà un’influenza determinante sui colleghi traduttori. Nel capitolo vengono lungamente analizzate le versioni di Gongora eseguite da Ungaretti, ma anche da Gabriele Mucchi e Cesare Greppi. In seguito, Fortini si concentra su un altro importante poeta traduttore, Sergio Solmi.

La “Quarta lezione” prosegue la classificazione delle prevalenti correnti che attraversano la storia della traduzione di poesia in Italia nel Novecento, ma ha anche una dimensione autobiografica. Verso la fine del capitolo l’autore dedica infatti alcune belle pagine alle traduzioni immaginarie raccontando di avere in passato tradotto in italiano testi immaginari, di autori polacchi o cinesi. Questi giochi letterari, più o meno seri, mostrano che le traduzioni rappresentano una tradizione letteraria legata alla letteratura, ma anche in qualche modo parallela.

La presenza di Fortini nel testo, dietro la riflessione teorica, o per meglio dire alla sua origine, è forse uno degli elementi più interessanti di questo libro. Infatti, oltre a essere un saggio di traduttologia e una storia della traduzione di poesia in Italia, le Lezioni sulla traduzione sono anche in un certo senso un libro di memorie. L’autore non esita a raccontare le proprie esperienze, a dubitare delle proprie scelte passate, in una continua dialettica con sé stesso. Questo sguardo sincero e a tratti ironico sulla sua esperienza di traduttore è un prezioso lascito per i giovani traduttori. A cui Fortini sembra rivolgersi alla fine del testo, consigliando con fare bonario “soprattutto non troppo genio” (p. 184).

 

«la traduction, qui depuis un millénaire entendait annexer et assimiler ce qui est différent ou lointain, a commencé à éprouver le besoin de restituer aussi, ou plutôt, les spécificités et la diversité des textes» (p. 19)

«surtout, point trop de génie» (p. 138)