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Tradurre e ritradurre i classici

Tradurre e ritradurre i classici

“Testo a fronte”, rivista di teoria e pratica della traduzione letteraria fondata da Franco Buffoni nel 1989, festeggia i trent’anni con un numero particolarmente ricco: Tradurre e ritradurre i classici, a cura di Stefania Ricciardi. La citazione di Antoine Berman, “La traduction peut se passer de théorie, non de pensée”, posta in esergo alle pagine introduttive, traccia le linee guida della sezione principale del volume, che raccoglie gli atti della giornata di studi del 7 novembre 2018 organizzata con Paolo Grossi, direttore dell’Istituto italiano di Cultura di Bruxelles fino a settembre 2019. Il primato assoluto della riflessione nell’atto del tradurre ridimensiona la portata dell’approccio teorico – così spesso celebrato nei convegni accademici – e restituisce centralità al rapporto diretto con il testo d’origine e all’interpretazione critica che ne deriva.

L’eco emanata dal testo
L’idea di fondo è che la traduttologia, pur essendo “uno strumento necessario nel bagaglio culturale di un traduttore”, non possa sostituire l’orecchio umano, “strumento essenziale e imprescindibile per cogliere l’eco emanata dal testo”, scrive la curatrice. Si tratta di un concetto ampiamente condiviso dagli autori dei contributi, traduttori con notevole esperienza – si pensi in particolare a Ilide Carmignani e Franca Cavagnoli –, che hanno illustrato con esempi precisi le fasi salienti del loro lavoro affrontando questioni generali (come si traduce un classico, come si ringiovanisce una traduzione) e di carattere più contingente (l’approccio con il testo, le difficoltà, le scelte, i dubbi). 

Tradurre Gárcia Márquez, F. S. Fitzgerald, Joyce, Zamjatin, Claus,Yourcenar
Nella gran parte dei casi, si è trattato di nuove traduzioni di opere dei principali scrittori del Novecento di espressione spagnola, inglese, russa, nederlandese e francese. Tra i “grandi classici”, troviamo Cent’anni di solitudine di Gabriel Gárcia Márquez nella versione di Ilide Carmignani voluta da Mondadori per il 2017, nel cinquantenario del capolavoro dello scrittore colombiano premio Nobel 1982, e Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald (Feltrinelli 2011) affidato alle cure di Franca Cavagnoli. Fabio Pedone ha raccontato la propria esperienza del Finnegans Wake di James Joyce, tradotto con Enrico Terrinoni, portando a termine nel 2019 l’impresa avviata da Mondadori con Luigi Schenoni nel 1982; Alessandro Niero ha presentato la sua versione di Noi di Evgenij Zamjatin (Mondadori 2018), antesignano di 1984 di Orwell, mentre Franco Paris si è soffermato sulla sua traduzione della poesia Visio Tondalis di Hugo Claus (Raffaelli Editore 2016). In chiusura, il contributo di Stefania Ricciardi, che ha “restaurato” Moneta del sogno, il romanzo di Marguerite Yourcenar ambientato nella Roma fascista (Bompiani 2017).

 

Traduzione, istruzioni per l’uso
Fungono da prefazione e postfazione gli estratti dei saggi La lingua è un’orchestra. Piccola grammatica italiana per traduttori (e scriventi) di Mariarosa Bricchi (2018) e Oltre abita il silenzio. Tradurre la letteratura (2019), di Enrico Terrinoni, apparsi entrambi dal Saggiatore. Si tratta di due testi non solo istruttivi, ma anche “partecipativi”, nel senso che invitano il lettore a coltivare un rapporto diretto con la lingua italiana, con la grammatica e con la traduzione, spesso percepite come entità a sé, statiche e immutabili – o persino estranee, mentre invece richiederebbero maggiore consapevolezza e interazione anche nella pratica quotidiana, come un patrimonio da alimentare e salvaguardare.

Abbiamo apprezzato…
L’interesse di questo numero di “Testo a fronte” risiede nella ricchezza delle riflessioni, coniugate abilmente con l’esperienza. Un pregio indubbio è il “taglio” impresso ai contributi, l’invito costante ad “ascoltare” un testo oltre che a leggerlo. Apprezzabile in tal senso l’idea di corredare le riflessioni dei traduttori con il loro esito, presentando in appendice qualche pagina delle opere tradotte. È un’ottica spesso trascurata nell’ambito dei Translation Studies, ma fondamentale perché svela il confronto, il “corpo a corpo” con il testo, le fasi attraenti e quelle respingenti che solo chi traduce conosce davvero. Emerge, inoltre, l’invito a osservare una traduzione secondo parametri più attuali, per la “capacità di accogliere l’Altro senza snaturarlo, né snaturare la propria identità”, in nome dell’hospitalité langagière rivendicata da Paul Ricœur. Soprattutto, la traduzione dovrebbe essere considerata come l’interpretazione e l’esecuzione di uno spartito, come performance contingente e per questo reinterpretabile – al di là delle eventuali inesattezze. Perché la traduzione perfetta non esiste. Non a caso viene citata Susan Sontag: «All translations are sooner or later revealed as imperfect and eventually, even in the case of the most exemplary performances, come to be regarded as provisional».

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