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14 Gennaio 2024

Gli editori dei poeti –
Seconda parte

Autore:
Maria Teresa Carbone

Maria Teresa Carbone scrive di editoria, letteratura, fotografia e cinema, tiene corsi di giornalismo all’università di Roma Tre e per UCEAP (University of California Education Abroad Program) e si occupa di educazione alla lettura. Ha coordinato la redazione di Alfabeta2, diretto la sezione Arti di Pagina99, lavorato alla sezione Cultura del Manifesto.  I suoi libri più recenti sono Che ci faccio qui? Scrittrici e scrittori nell’era della postfotografia (Italo Svevo 2022) e la raccolta di poesia Calendiario (Aragno 2020). Ha tradotto tra l’altro opere di Joseph Conrad, Ngugi wa Thiong’o, Jean Baudrillard, Virginie Despentes.

 

Si definisce instapoet “chi pubblica i propri componimenti poetici, di solito brevi e accompagnati da immagini, nei siti di relazione sociale in rete, in particolare Instagram”. Così spiega, alla sezione “neologismi”, il dizionario Treccani, con l’aggiunta di una precisazione: “I libri di poesia – contemporanea o di epoche passate – vendono pochissime copie e sono considerati un prodotto editoriale destinato a una nicchia piuttosto colta”. Sorte crudele cui parrebbero sfuggire questi autori di nuova generazione, contesi dagli editori perché “nell’era in cui la poesia sembrava morta, portano in dote un seguito da star”, come ha scritto Costanza Rizzacasa d’Orsogna nel 2017, su “La lettura”, supplemento culturale del Corriere della Sera.

Ma le cose stanno davvero in questo modo? Possiamo guardare a Internet come a un gigantesco vivaio di giovani voci poetiche? E più in generale, cosa significa pubblicare libri di poesia quando il web pullula di versi a portata di clic? “La rete sembrerebbe aver risolto il problema individuale della pubblicazione. Oggi chiunque può mettere online le proprie poesie nella speranza che qualcuno le legga”, nota Nicola Crocetti introducendo la sua “antologia della poesia universale” Dimmi un verso anima mia, per avvertire subito che è solo “un’illusione”, “un messaggio in bottiglia” sui cui esiti non si può fare conto.

E a quanto pare, sono in tanti a pensarla come Crocetti, sebbene questa non sia solo l’epoca di Internet, ma anche della “iperpresenza multimodale”, per citare Renata Morresi, che per la piccola casa editrice Arcipelago Itaca dirige Lacustrine, una collana di poesia “difficile”, come la definisce lei stessa con una qualche ironia: “difficile, come ‘normalmente’ sono le poesie, una sfida per l’immaginazione impigrita, per le abitudini linguistiche, per il pensiero opaco”. Ebbene, dice Morresi (lei stessa poetessa, come del resto la quasi totalità dei curatori di collane di poesia), “mai come oggi si è stampato libri”, a dispetto degli adattamenti sonori e visuali, delle letture pubbliche, dei progetti collettivi: “L’enorme offerta di lettura che fornisce la rete non costituisce affatto un deterrente. Chi scrive vuole ancora, e molto, stampare su carta. Danilo Mandolini [l’editore di Arcipelago Itaca, ndr] riceve anche venti o trenta richieste di pubblicazione alla settimana: c’è grande paura che rinunciando al libro come reliquia – pezzo di corpo del santo poetante che emana i suoi effetti spirituali – si perda tutto quello che la poesia può rappresentare e fare”.

Che l’importanza della rete rischi di essere ingigantita, è il dubbio pure di Marco Giovenale, curatore della collana Syn di Ikonaliber, secondo cui in Italia, per la diffusione della poesia, resta centrale il ruolo dei vecchi media (tv, radio, giornali cartacei), senza dimenticare premi e festival: “Più ci si avvicina allo spettacolo del poetico e all’editoria generalista, più Internet appare meno dirimente, anche se senz’altro mantiene un suo rilievo. Quanto all’ipotesi che gli editori peschino spontaneamente – solo leggendo da Internet – autori da stampare, ho l’impressione che sia cosa tutta da verificare, e forse inverificabile. Il dattiloscritto e la conoscenza materiale dell’autore vengono prima di tutto, ancora”.

Del resto, a parlare con editori e curatori di collane di poesia, si ha la sensazione che la frontiera tra Internet e “mondo reale” sia meno rigida di quanto di solito si tende a credere, e che a contare sia appunto – come osserva Giovenale, e com’è giusto – la conoscenza dei testi e di chi li scrive. “Arrivano manoscritti in casa editrice o cerchiamo gli autori perché li conosciamo per precedenti pubblicazioni, magari su riviste online”, dice Agnese Manni, direttrice delle edizioni che portano il suo cognome. E Michele Zaffarano, che cura per Tic tre collane (ChapBooks, UltraChapBooks e Gli Alberi, le prime due di scrittura creativa, la terza di teoria letteraria), lo ribadisce: “Gli autori che pubblico sono autori che conosco io di prima mano, o che recupero da qualche parte perché già li leggo, o autori che mi consigliano persone che stimo”.

Da oltre trent’anni antenna infallibile nell’intercettare nuovi talenti con i Quaderni italiani di poesia, Franco Buffoni (anche curatore per Interlinea della collana LyraGiovani) non può non vedere la trasformazione portata dalla rete, “che alleggerisce, è praticamente a costo zero, permette di ridurre notevolmente il cartaceo”. Eppure, anche per lui c’è una linea di continuità: “Fino a vent’anni fa il setaccio era costituito dalle riviste cartacee: da lì fuoruscivano i nomi su cui si poteva cominciare a lavorare in modo approfondito. Oggi questa funzione è svolta dalla rete. Forse quindi, nella sostanza profonda, nulla è davvero cambiato”. Quello che è certo, e che vale oggi come ieri, in particolare quando le scelte si fanno collettivamente, in un comitato di lettura, come nel caso dei Quaderni, “chi fa il coordinatore deve mediare, mediare, mediare”.

Esercizio non facile, la mediazione, e tuttavia fondato su un confronto che produce ricchezza. Ne è persuaso Gian Mario Villalta, uno dei curatori delle due collane, Gialla e Gialla Oro, prodotte dal festival Pordenonelegge in collaborazione con Samuele Editore: “Più dei criteri vale il fatto che siamo in molti a scegliere, e non intendo solo noi curatori, ma i tanti amici e poeti che con noi parlano e danno suggerimenti. Secondo me oggi il vero veicolo della poesia è la relazione tra le persone, la loro possibilità di creare una rete viva e partecipante. Come diceva Vittorio Sereni, ‘la poesia non si legge, con la poesia si vive’”. E una posizione analoga esprime Tommaso Di Dio, che ha curato per il Saggiatore l’ampia antologia Poesie dell’Italia contemporanea e insieme a Vincenzo Frungillo e a Ivan Schiavone segue la collana Adamàs per le edizioni La vita felice: “Il nostro è uno spazio di dialogo fra tre curatori che hanno una visione molto diversa della scrittura poetica. Già questo segnala uno stile: sicuramente cercheremo di pubblicare testi che non abbiano genealogie ristrette, ma convincano tutti e tre per raffinatezza artigiana, capacità di innovare, apertura di nuove frontiere di immaginario”.

Allo stesso modo, Maria Grazia Calandrone vede la collana  “i domani” – da lei curata con Andrea Cortellessa e Laura Pugno per l’editore Aragno – come “felicemente in bilico fra molti modi, umori e soluzioni del fare poesia”. E così Diego Bertelli, che per Le Lettere si occupa con Raoul Bruni della collana Novecento/Duemila, parla di “un’alternativa più ‘dinamica’ a scelte editoriali basate su uno specifico indirizzo” e di un “canone ‘in divenire’ (credendo, noi, che un canone non sia possibile che così)”, senza escludere – da qui il nome – la riproposta di opere e autori ‘dimenticati’ del ventesimo secolo.

Grande e benefico è insomma il movimento nel panorama dell’editoria di poesia italiana contemporanea, anche se Maurizio Cucchi, da molti anni consulente di Mondadori per la più “storica” fra le collane di poesia, Lo Specchio, ammonisce che “il fondamentale criterio di valutazione” deve essere “la qualità, che è un valore letterario assoluto, al di là di eventuali appartenenze a scuole o tendenze”, soprattutto “in un momento storico in cui la gente non la crea più, la lingua, ma la subisce”. Concetto, quello di qualità, su cui tutti in teoria si possono trovare d’accordo, ma che tradotto in termini concreti, si declina in posizioni diverse, se non opposte. Curatore della collana Poesia delle edizioni Ponte alle Grazie, dedicata quasi per intero ad autori e autrici del passato, Vincenzo Ostuni sottolinea la presenza di “un circuito florido di ottimi editori di progetto, medi ma soprattutto piccoli e piccolissimi, le cui collane di poesia e di scritture ‘ibride’ sono spesso curate da alcuni fra i migliori critici e poeti”. A queste sigle che, “pur scontando la scarsa visibilità nelle librerie, stanno facendo tutto quel che possono per divulgare le migliori nuove voci”, si contrappone per Ostuni, da parte degli editori maggiori, “un disperante appiattimento e assottigliamento delle poetiche e il rifiuto di qualunque opzione pur vagamente sperimentale”.

Di parere prevedibilmente diverso è Mauro Bersani, responsabile della più che consolidata “bianca” Einaudi, convinto che “più si pubblica poesia è meglio per tutti gli editori” al di là delle dimensioni, e tranquillamente pronto ad ammettere che le piccole case editrici sono “una preziosa rassegna di giovani poeti da ‘rubare’”. Nulla di sorprendente per Fabio Pusterla e Massimo Gezzi che curano le uscite di poesia della casa editrice Marcos y Marcos, cercando di dar conto delle “varie tipologie di linguaggio poetico contemporaneo”: e se Pusterla si augura soprattutto che “la scuola formi futuri lettori – di poesia e più in genere di buoni libri”, Gezzi ricorda appunto che “soprattutto tra i giovani, i nomi che si affermano spuntano davvero dal basso, da case editrici meno corazzate dei grandi marchi ma probabilmente più attente alla poesia che si fa, ai nuovi fermenti, nonostante le difficoltà di distribuzione”. Per questo, dice, “scegliere un libro di poesia pubblicato da case editrici piccole o medie può essere un gesto significativo – culturale e politico”.

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