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15 Luglio 2026

Intervista a Emanuela Anechoum, responsabile diritti esteri della casa editrice e/o

Autore: Federica Malinverno

Intervista a Emanuela Anechoum,  responsabile diritti esteri della casa editrice e/o

Qual è il suo itinerario professionale e in cosa consiste oggi il suo lavoro?

Lavoro come foreign rights manager per e/o da quasi otto anni. Prima ho lavorato in un’agenzia letteraria, sempre nei diritti esteri, a Londra, e quindi incontravo alle fiere quelli che poi sarebbero diventati i miei capi – Sandro ed Eva Ferri e Sandra Ozzola – a cui vendevo i diritti italiani di titoli inglesi. In precedenza, dopo aver studiato alla Cattolica editoria sia in triennale che in specialistica, avevo avuto un’esperienza di stage in un’altra agenzia letteraria a Milano. Sapevo da sempre che volevo lavorare nell’editoria.

Nel mio lavoro gestisco i rapporti con gli editori stranieri, ma non solo. Oltre a inviare le submissions e a gestire le negoziazioni, mi occupo dei contratti e delle royalties. Seguo tutto dell’edizione straniera, dall’inizio alla fine.

 

Quindi è arrivata ad e/o quando il “caso Ferrante” era già scoppiato?

Sì, sono arrivata nel 2018. Non c’ero durante il boom del 2016, sono arrivata al tempo della “coda lunga” della Ferrante Fever.  Ho potuto però gestire le negoziazioni all’estero in 50 paesi per La vita bugiarda degli adulti [uscito nel 2019, NDR] ed è stata una delle esperienze più formative della mia carriera.

 

Come ha percepito il successo di Ferrante dall’Inghilterra?

Il successo di Elena Ferrante ha aperto delle porte e l’interesse nei confronti della letteratura italiana è aumentato. Lo vedevo banalmente anche nelle librerie londinesi, dove all’inizio mancavano autori italiani. Negli anni successivi si sono cominciati a vedere tanti ripescaggi, tante nuove traduzioni anche di autrici classiche come Elsa Morante e Natalia Ginzburg. Questo è avvenuto nel mercato anglosassone, a cascata, anche negli altri mercati.

Inoltre, subito dopo il “caso Ferrante”, l’interesse nei confronti della letteratura italiana contemporanea era concentrato su un tipo di narrazione più novecentesca, legata a determinati temi del secondo dopoguerra. Adesso, invece, secondo me, il mercato estero si è aperto a diverse esplorazioni del contemporaneo. Cito un esempio fra tutti: Le perfezioni (Bompiani, 2022) di Vincenzo Latronico.

 

La scelta di fondare Europa Editions si è rivelata importante per il successo di Ferrante?

Europa Editions, che esiste ormai da 20 anni, era stata creata proprio per supplire alla mancanza di traduzioni dall’italiano, ma in generale dalle lingue europee, nel mercato anglofono. Ricordiamoci che il primo libro di Ferrante, L’amore molesto, in Italia è uscito nel 1992 e in Francia e in altri paesi europei subito dopo. Il mercato anglofono, invece, restava sordo. Allora, proprio per occupare quello spazio che era vuoto, è nata Europa Editions e ha pubblicato non solo autori di e/o ma anche autori di altre case editrici italiane che però non erano tradotti nel mercato inglese, come Domenico Starnone, Andrea Camilleri e molti altri.

 

Come vede invece la ricezione degli autori italiani nel mercato francese?

Il mercato francese mi sembra fra i più ricettivi. C’è sicuramente una ricerca maggiore, una varietà maggiore, e mi pare ci siano molti più lettori dall’italiano nelle case editrici francesi.

 

Qual è, secondo lei, l’aspetto più difficile nel vendere oggi un libro italiano all’estero?

Secondo me la difficoltà non riguarda solo il libro italiano. C’è una crisi generalizzata, un appiattimento generalizzato della compravendita internazionale legato a una ritrosia a prendere dei rischi da parte degli editori. Spesso si segue semplicemente il trend, che sia la letteratura coreana o il feel good giapponese. C’è molto meno scouting e molta meno flessibilità nel prendere rischi, probabilmente perché i mercati si stanno un po’ chiudendo. Inoltre, c’è una difficoltà legata agli anticipi, al fatto che le grandi agenzie vendono i titoli a dei prezzi spropositati.

Nei confronti degli italiani, in particolare, vedo un’apertura positiva. Tuttavia, si cade spesso nelle difficoltà legate ad alcuni stereotipi, soprattutto nell’ambito della letteratura di genere. Per esempio, difficilmente una casa editrice straniera comprerebbe un fantasy italiano, o un giallo, a meno che quel giallo non abbia caratteristiche riconoscibili per il lettore estero. Invece, quanto alla narrativa letteraria contemporanea, il problema è piuttosto, come dicevo, nella difficoltà a correre dei rischi. Allora, si tende a comprare un titolo se ha ricevuto un premio, se ha venduto molto in Italia o se è già stato tradotto in altri paesi. Sono pochi gli editori che hanno il coraggio di comprare un libro semplicemente perché gli è piaciuto.

 

Si dice, in effetti, che la letteratura in traduzione sia sempre più difficile da pubblicare. Come si può superare questa difficoltà?

Quando c’è una crisi, o anche solo la paura di una crisi, il mercato si chiude in qualsiasi settore, non solo in quello editoriale. Allora, si pensa che il lettore abbia bisogno di qualcosa di familiare, di più confortante, e ci si concentra sugli autori del proprio paese, che permettono anche di risparmiare sui costi di traduzione e che sono disponibili per promuovere il libro. Insomma, quando il mercato si contrae, si opta per la scelta più facile, quella che appare più sicura, ma così facendo, culturalmente, politicamente e anche dal punto di vista della diffusione delle idee, ci si isola gli uni dagli altri. Se ognuno vuole pubblicare autori del proprio paese e comprare meno autori stranieri, anche la vendita all’estero dei propri autori diventa impossibile.

In realtà, quanto a Edizioni e/o, l’ideale su cui è basata l’intera casa editrice è proprio l’opposto: creare un ponte fra culture, anche quando non è facile. Tanto che Edizioni e/o è nata nel 1979 con l’idea di tradurre principalmente autori dell’Europa dell’Est perché non erano presenti nel mercato italiano, voci spesso censurate o trascurate per via della guerra fredda. Non era un progetto che appariva redditizio o facile, come non è stato facile aprire una casa editrice che traducesse italiani, francesi, spagnoli in America. Fare le cose facili non è mai stata la nostra idea, eppure il successo è arrivato perché i libri erano belli. Quindi, secondo me, bisognerebbe ritornare a quell’idea, anche se è sempre più difficile, perché ci sono ostacoli concreti, tangibili.

 

Può farci un esempio di autori italiani pubblicati da e/o che sono stati tradotti in diversi paesi?

Ci sono vari esempi, ne cito tre. Il primo è Sasha Naspini, un autore della Maremma che ha uno stile estremamente peculiare, unico, che non assomiglia a nient’altro nel panorama italiano. Non è stato facile all’inizio, però oggi i suoi libri sono tradotti in una quindicina di lingue. E in questi casi gli editori hanno generalmente acquistato anche i libri successivi, e questo è molto importante, perché non bisogna mai, per quanto mi riguarda, pensare solo a un titolo, ma alla carriera dell’autore.

Un altro esempio è Ahmet Altan che, ovviamente, non è un autore italiano, però è un autore di cui noi rappresentiamo i diritti per i suoi romanzi storici, che ci sono stati affidati da lui durante il periodo in cui era in carcere [2016-2021, Ndr]. Qualche anno fa ha vinto il Prix Femina con Madame Hayat (Actes Sud, 2021) in Francia e spero che molti altri editori stranieri si accorgeranno dei suoi romanzi.

Il terzo esempio è La parte sbagliata di Davide Coppo [pubblicato nel 2024, NDR] che è uscito in Francia per Calmann Levy, poi in Germania, dove ha venduto molto bene, in Olanda, in Portogallo, in Repubblica Ceca, in Grecia e in Slovenia. Uscirà anche in America. Ad ogni modo, non possiamo prevedere i risultati nei diversi mercati: fa parte del mistero che rende questo lavoro così interessante.

 

I traduttori agiscono da ponte e permettono a volte di aggirare le logiche del mercato. Come lavorate con loro?

Ogni volta che sono stata contattata da traduttori e traduttrici, soprattutto durante le fiere, sono sempre stata molto contenta di lavorare con loro, perché loro corrono il rischio. In effetti, mi contattavano perché avevano letto un libro che avevano apprezzato e desideravano tradurlo. L’avevano scelto perché l’avevano amato. La collaborazione con loro è sempre virtuosa perché l’obiettivo finale è comune e perché c’è da entrambe le parti fiducia e passione verso il libro, verso il titolo specifico. I rapporti con i traduttori, quindi, sono rapporti utili, di fiducia e di stima reciproca, che si sviluppano a partire dalla passione per il libro, che è una cosa che ormai diamo un po’ per scontata, ma che è la base di tutto.

 

 

 

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